Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

Spieghiamo in linea generale il funzionamento della drum machine, o meglio, come utilizzarla appena tirata fuori dalla confezione. Concludiamo poi l’articolo suggerendovi alcuni modelli. 

 

La drum machine è quello strumento che permette di avere un accompagnamento ritmico a chi non ha un batterista, è uno strumento pertanto che interessa principalmente chi si esibisce da solo e vuol programmare la sua base di accompagnamento ma anche e soprattutto a quanti si dedicano alla musica elettronica, vedi producer e DJs. 

Può essere fisica oppure virtuale, nel qual caso parliamo di un software da caricare sul computer, oppure stomp box. Questa è una drum machine economica che torna utile a chitarristi, bassisti e tutti quelli che tengono in mano uno strumento perché si attiva con il piede come qualsiasi effetto a pedale. 

Ma concentriamoci sulle drum machine più complesse che richiedono qualche spiegazione in più per imparare ad usarle. Chiaramente le informazioni che leggerete sono a carattere molto generale perché sarebbe impossibile essere più dettagliati vista la miriade di modelli esistenti, che oltretutto sono sempre più ricchi di funzioni.

 

Avvio

Come prima cosa, per evitare danni ai diffusori audio, azzerate il volume. Sempre per evitare danni, prima di mettere l’interruttore su On assicuratevi di aver fatto tutti i collegamenti necessari. Tenete presente che l’alimentazione oltre a corrente può essere anche a batteria. Qual è la il primo tasto che va premuto dopo l’accensione dell’interruttore? Esatto, play. Dopo aver attivato il play, si accendono le varie luci. 

Non vi sfuggirà il fatto che i tasi sono 16, il numero non è casuale. Ai tasti si assegna la battuta. Sedici tasti sono necessari a formare il 4/4. Dunque, se volete comporre una battuta standard dovete premere i tasti secondo la sequenza 1,5,9,13, come vedete si va di quattro in quattro. 

Avete composto la battuta ma bisogna anche inserire l’elemento percussivo, quindi grancassa, rullante e così via. Schiacciando “closed” inserite il suono all’interno del ritmo. Ciascun elemento del drumkit ha una manopola per il volume e per regolare l’ampiezza del suono. La prima è indicata con “Vol” mentre la seconda generalmente è indicata come “tone”.

La regolazione del tempo

Chiaramente si può intervenire sul tempo modificandolo a proprio piacimento. Come per i metronomi, anche in questo caso si parla di battuta per minuto. L’assegnazione del valore del tempo avviene mediante pulsanti o manopola.

 

Il pattern

Il ritmo va assegnato a un pattern in modo da richiamarlo all’occorrenza immediatamente. In automatico la drum machine assegna il ritmo al primo pattern ma l’utente può spostarlo e salvarlo nella posizione che preferisce. Ricordate, poi, che potete sempre modificare il pattern.

 

La scelta del drumkit e il salvataggio

Ogni drum machine mette a disposizione degli utenti una serie di suoni riconducibili a un determinato drumkit oltra a una serie di strumenti a percussione. L’utente ha una scelta più o meno ampia a seconda del modello. Tutte le impostazioni vanno salvate prima di spegnere, operazione piuttosto intuitiva visto che basta pigiare il tasto “save”.

 

Backup e ripristino

Se la vostra drum machine può essere collegata al computer è opportuno fare un backup per non perdere nulla di quanto fatto in precedenza. Perché farlo? Beh per una qualsiasi ragione l’utente potrebbe fare il ripristino e tornare alle impostazioni di fabbrica. Collegate il dispositivo al computer via USB, attendete la preparazione del drive e, al compimento dell’operazione, aprite il file di backup che si trova nell’omonima cartella dei drive dalla drum machine  e copiatelo sul computer. 

Per ripristinare il file di backup bisogna nuovamente collegare la drum machine al computer quindi copiare il file nella cartella backup dei drive e, in questo modo, torna tutto come prima.

 

Le drum machine più interessanti secondo noi

Abbiamo pensato di suggerire alcuni modelli di drum machine che dal nostro punto di vista sono da ritenersi interessanti. Non potevamo che cominciare con un prodotto Roland che in catalogo ha la famosa TR-08 nonché evoluzione della TR808. Questa è la risposta a quanti cercano di ricreare quel sound che ha caratterizzato tante hit di musica dance negli anni ‘80. Non a caso anche il design ha qualcosa di vintage. Certo, va bene la possibilità di riprodurre le sonorità degli anni ‘80 ma bisogna sempre guardare avanti, dunque nel presente e nel futuro. Rispetto alla TR808 qui c’è un sequencer a 16 substep. Siamo sicuri che vi innamorerete dei fill di rullante. La libertà di programmazione è massima così come massima è la flessibilità in contesti live.

Di certo non potevamo fare un torto a Korg non citando Volca Drum. Ci sono piaciute parecchio le tante e diverse sfumature sonore che spaziano da suoni estremamente realistici di famose batterie acustiche a quelli decisamente sperimentali ed elettronici. Non manca un sequencer a 16 step per creare un bel po’ di pattern. Ad ogni modo Volca porta in dote parecchie funzioni ma ci vorrà qualche tempo per padroneggiare lo strumento come si deve.

In ultimo vogliamo proporvi il Moor Looper che è una drum machine a pedale perché noi non ci scordiamo degli amici chitarristi e bassisti. Questo stomp box si dimostra di grande utilità sia se si vuole suonare insieme a qualche amico sia da soli. Ci sono sedici stili di batteria tra cui scegliere. La funzione loop permette di registrare fino a 20 minuti di materiale e poter fare tutte le sovraincisioni che vi pare. Completa il tutto una struttura molto solida.

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

Quali sono i fattori da considerare prima di trovare una drum machine che soddisfi tutte le vostre esigenze? Dimensioni, memoria e molto altro… ovvero tutto quello di cui parliamo in questo articolo.  

 

Soprattutto chi si sta interessando solo ora alle drum machine potrebbe sentirsi spaesato a causa dei tanti modelli e delle funzioni che li caratterizzano. Un aiuto per decidere cosa comprare immaginiamo possa essere ben gradito. Per noi sarebbe facile dire, comprate questa che è la drum machine più venduta, ma sappiamo che i dati di vendita non bastano, ognuno ha le sue esigenze senza contare i limiti di budget. 

Prima però chiariamo cosa fa la drum machine, magari qualcuno è giunto fin qui solo perché ne ha sentito parlare, si è incuriosito e vuol saperne di più. Ebbene, una drum machine produce il suono delle batterie e di altri strumenti a percussione dando la possibilità di programmare i ritmi. Ora che abbiamo chiarito a tutti di cosa stiamo parlando, andiamo a vedere alcuni consigli utili a individuare quella che vi calzi a pennello. I consigli che vi diamo non sono in ordine d’importanza, perché bene o male bisogna considerarli tutti nel complesso per trovare il prodotto adeguato alle proprie necessità. 

 

Dimensioni

Le dimensioni contano e quelli che dicono il contrario mentono o ignorano. La questione è un’altra perché non sempre la cosa grande è quella migliore. Valutate lo spazio che avete a disposizione, nonostante le recenti drum machine non siano ingombranti come i primissimi modelli, ci sono alcune più piccole di altre, pensate che ne esistono persino di tascabili, delle dimensioni di una calcolatrice e in effetti ci somigliano anche, avrete capito che stiamo parlando della Teenage Engineering. 

Ora, senza arrivare a tale estremo, una drum machine compatta è più facile da sistemare in casa o da portare in giro e le dimensioni non incidono sul suono. D’altro canto uno strumento più grande è anche più comodo da suonare vista la superficie maggiore.

Suono

Ci sono drum machine che danno la possibilità di caricare dei suoni, altre no. È chiaro che sarebbe preferibile un modello che dia ampie possibilità di personalizzazione, dunque uno strumento flessibile, versatile tuttavia c’è chi si accontenta dei suoni integrati ritenendoli sufficienti a soddisfare le sue esigenze. Oltretutto è chiaro che più funzioni presenta la drum machine più il prezzo sale, quindi è anche una questione di budget.

 

La memoria

La capacità di memoria è un’altra di quelle caratteristiche da valutare con grande attenzione prima dell’acquisto. Chiaramente anche in questo caso molto dipende dalle esigenze personali. Chi si limita a suonare in casa per divertimento personale non ha bisogno di una memoria grande ma il discorso cambia se ci si esibisce in pubblico, e per pubblico non intendiamo necessariamente migliaia di persone ma anche contesti quali una festicciola perché si pone la necessità di caricare e salvare diversi tipi di patterns.

 

Compatibilità digitale

Bisogna prediligere quei modelli che assicurano una totale compatibilità digitale altrimenti parliamo di una drum machine che ha fatto il suo tempo, che è inadeguata. Uno strumento che possa interfacciarsi con il computer ma anche con tablet e smartphone vuol dire avere tante ulteriori possibilità di fare musica e anche di condividerla.

 

La qualità del suono

Si parla di strumenti musicali pertanto la qualità del suono non è di certo un aspetto secondario. Generalmente la qualità del suono è direttamente proporzionata al prezzo quindi qui c’è sempre il solito paletto del budget ma al di là di questo aspetto, cercate di ascoltare come suonano i modelli che vi interessano perché c’è chi cerca suoni più caldi, chi suoni più realistici e chi più sintetici. 

In merito è sempre utile citare il famoso caso della Roland TR-808 che quando uscì fu pesantemente criticata per il suono poco realistico fino ad essere ritirata dal mercato per poi diventare un autentico oggetto di culto con l’esplosione della musica elettronica e dello Hip Hop.

 

Possibilità di caricare i samples

Capita di comprare una drum machine per poi pentirsene perché mette a disposizione pochi samples che attenzione, ad alcuni possono anche bastare. Tuttavia riteniamo sia più conveniente comprare uno strumento che dia dia modo di caricare samples, oltretutto online ce ne sono disponibili tantissimi gratuitamente (e legalmente s’intende).

Drum machine fisica o virtuale

Al principio le drum machine erano solo fisiche ma oggi esistono anche quelle virtuali. La differenza è intuibile, la prima tipologia la toccate con mano, potete integrarla a un sintetizzatore e creare dei pattern da mandare in loop. Quando si parla di drum machine virtuale, invece, si fa riferimento a un software da caricare sul computer. Queste versioni stanno avendo un buon successo complice la disponibilità di computer sempre più potenti e una certa convenienza economica rispetto ai modelli fisici.

 

Il prezzo

Quanto spendere per una drum machine? Dipende molto da cosa ci volete fare. Se vi serve uno strumento per cominciare a fare pratica in casa, senza grosse ambizioni, almeno per il momento, meglio prendere qualcosa di economico, per il futuro si vedrà. Spendere poco vuol dire anche avere a disposizione poche funzioni, poca versatilità e magari suoni poco soddisfacenti. 

Se quelli elencati sono un problema e magari vi esibite dal vivo, fate uno sforzo e prendete un buon modello, in questo caso avrete bisogno di almeno 350 euro per una drum machine semi professionale mentre per qualcosa adatto ai professionisti non si può scendere sotto i 600/700 euro.

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

Roland ha sicuramente scritto pagine importanti in fatto di drum machine ma ci sono tanti altri marchi che vale la pena scoprire e che elenchiamo qui di seguito.

 

In musica non tutti ricorrono a un batterista in carne e ossa, c’è chi si affida a una macchina per sostituire questa fondamentale figura. Di cosa stiamo parlando? Della migliore drum machine. Questo strumento trova largo impiego nella musica elettronica ma non solo, ci sono anche band rock o di altro genere che ricorrono a questa, anche per le esibizioni dal vivo. La drum machine è utile anche per chi ad esempio è solo ed ha bisogno di un accompagnamento ritmico, pensate che per i chitarristi ci sono drum machine stomp box. 

È nostro intento parlarvi di alcuni dei produttori che hanno immesso sul mercato ottimi strumenti e per tale motivo sono ritenuti tra i migliori in questo specifico campo. Prima, però, a vantaggio dei meno informati, spieghiamo brevemente cos’è una drum machine o se preferite, cosa fa: in sostanza riproduce il suono di strumenti a percussione secondo un ritmo. 

All’inizio le drum machine erano in grado di eseguire esclusivamente ritmi preprogrammati poi, verso la fine degli anni ‘60 c’è stato l’avvento della PAIA, la prima drum machine programmabile. Bisogna comunque attendere un altro decennio per una programmazione più incisiva e riuscire a comporre dei ritmi con la massima libertà. A rendere tutto questo possibile fu la CR-78 prodotta da Roland. Ci pare quindi doveroso cominciare il nostro viaggio proprio con questo famoso e stimato marchio.

 

Roland

Un discorso sulle drum machine non può prescindere da Roland, colosso giapponese che si dedica alla produzione e commercializzazione di diversi strumenti musicali, anche se è apprezzata soprattutto per tastiere, pianoforti e batterie, soprattutto elettroniche, naturalmente includiamo anche la drum machine. 

Abbiamo fatto cenno alla CR-78 che appunto è stata la prima nel suo genere a consentire la composizione di ritmi propri. Tuttavia non è stata la CR-78 a dare la fama a Roland in questo settore bensì una drum machine che per molti è qualcosa di mitologico: la TR-808, arrivata sul mercato nel 1980. 

Il paradosso è che all’epoca la TR-808 fu un fiasco commerciale. La critica principale riguarda i suoni che erano poco realistici ma c’è da dire che la musica elettronica e lo Hip Hop ancora non erano esplosi come fenomeno. Eppure quel suono sintetico e osteggiato dagli amanti delle sonorità rock raccoglieva sempre più consensi nel sottobosco fino a diventare un oggetto di culto, anche perché Roland dopo circa tre anni ritirò dal mercato la TR-808; c’è gente disposta a pagare cifre scandalose pur di possederne una.

Alesis

Alesis è famosa soprattutto per le batterie elettroniche, ma non manca nel suo catalogo di interessanti drum machine. L’azienda è stata fondata ad Hollywood nel 1984 e fin da subito si è messa in luce per i suoi strumenti tecnologicamente avanzati. 

Nel 1987 arriva sul mercato la prima drum machine, la HR-16, famosa per essere stata usata dai Godflesh per il loro primo album “Streetcleaner”, è interessante far presente che il sito Loudwire descrisse la HR-16 che si poteva ascoltare sul disco come la più devastante drum machine di tutti i tempi. Tuttavia Alesis sarò ricordata molto più probabilmente per la SR16 e la SR18 ancora oggi presenti in catalogo.

 

Korg

Un altro nome molto apprezzato dai musicisti è Korg che regala sempre prodotti innovativi. L’azienda giapponese esiste dagli anni 60 e non ha mai fatto registrare un calo qualitativo. La serie Volca è presente sul mercato da un trentennio.

 

Native Instrument

Native Instrument è un marchio relativamente giovane, l’azienda è stata fondata a Berlino nel 1996, una città molto ricettiva alla musica elettronica. Inizialmente Native Instruments si dedicava ai software  per poi estendere la sua produzione. È venuta così fuori la Maschine MK3 che non è solo una drum machine, è molto di più perché dà la possibilità di produrre beat, armonie e melodie. È uno strumento che inevitabilmente conquista quanti si dedicano alla musica elettronica.

 

Elektron

Poco più giovane di Native Instrument è Elektron, restiamo in Europa ma ci spostiamo più a nord, in Svezia, più precisamente a Goteborg dove l’azienda è stata fondata nel 1998. Ben presto il marchio Elektron è diventato un punto di riferimento per tanti appassionati di musica elettronica, DJs, producer ecc. La drum machine e sampler Digitakt ha fatto incetta di critiche positive. È compatta, solida, user friendly e potente.

 

Akai

Akai non si limita alla sola produzione di strumenti musicali ma più in generale all’elettronica di consumo. A noi, naturalmente, interessa il ramo Akai Professional che è quello dedicato alla musica. Questa divisione si affacciò sul mercato agli inizi degli anni 80. Akai Professional ha sempre avuto un occhio di riguardo per la musica elettronica e quindi anche per le drum machine.

Arturia

A Grenoble, in Francia ha sede Arturia, azienda fondata nel 1999. Arturia è specializzata in strumenti elettronici quindi drum machine ma anche sintetizzatori, controller MIDI e software. In particolare in catalogo ci sono due drum machine: la DrumBrute e la DrumBrute Impact.

 

Behringer

Behringer è un’azienda tedesca attiva nel settore degli strumenti musicali dal 1989. Ha un catalogo abbastanza vario ma al momento troviamo una sola drum machine (analogica) che però merita di essere segnalata per le buone critiche ricevute, si tratta della RD-8 che comprende 16 drum sounds e 64 step sequencer, il tutto racchiuso in una scocca dal design vintage.

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

Questo dispositivo mette a disposizione dell’utente una gran varietà di strumenti che permettono non solo di registrare un brano ma anche di modificarlo e correggere eventuali errori.

 

Con il suo avvento il sequencer ha avuto un impatto non indifferente sulla musica e sono stato oggetto di uno sviluppo non da poco, basti pensare che inizialmente si parlava solo di sequencer hardware, poi cos’è accaduto? 

C’è stato lo sviluppo del protocollo MIDI negli anni ‘80 ma anche quello dei computer che sono diventate macchine sempre più potenti e dalle dimensioni contenute, condizioni che indubbiamente hanno favorito l’avvento dei sequencer logici. In questo campo la tecnologia ha fatto grandi passi in avanti e a scadenza regolare abbiamo nuove versioni dei software sequencer che permettono a tutti o quasi di fare musica, vediamo come.

 

Cosa fa il sequencer 

Diamo una versione sintetica di cosa fa un sequencer economico. Gestisce altezza e durata della nota, la forza con la quale è suonata, l’articolazione e molto altro. Tutto ciò com’è possibile? Attraverso il protocollo MIDI. Per riprodurre un brano MIDI interviene il cosiddetto virtual instrument o il synth. 

Qui c’è un discorso di qualità, di fedeltà di riproduzione. Non è il sequencer che determina la qualità del suono ma gli strumenti virtuali che possono essere sintetici o campionati, quindi registrazioni di note suonate da veri strumenti piuttosto che da synth. Quindi, per chiarire, non spetta al sequencer la produzione dei suoni perché si limita a dare informazioni sulla durata delle note.

 

Strumenti virtuali per tutti

C’è una gran quantità di library per strumenti virtuali, ci sono quelli dedicati alle orchestre, utilissime per chi si cimenta nella creazione di colonne sonore per il cinema, quelle dedicate al jazz, al pop e così via. Va da sé che una buona library costa tanto sia per chi la produce sia per chi la compra.

La composizione del brano

Con il sequencer ci sono due modi per comporre un brano, nota per nota oppure suonando uno strumento collegato al computer. Vediamo come si fa. L’utente si trova davanti il piano-roll. La schermata del monitor è divisa in due parti. Sulla sinistra notate una tastiera virtuale ma non in posizione orizzontale, bensì verticale. A destra c’è una griglia che occupa la quasi totalità dello schermo, al suo interno si inseriscono le note. In corrispondenza di ogni tasto della tastiera c’è una riga sulla griglia. 

Ora, se si vuole inserire una nota, bisogna selezionare lo strumento matita e andare a “disegnare” (si fa per dire) una barra, questa deve essere in corrispondenza della nota di cui si ha bisogno. La durata della nota è determinata dalla lunghezza della barra. È sempre possibile intervenire modificando la durata della nota allungando o accorciando la barra, cambiare l’altezza trascinando la barra in alto o in basso, aumentare o diminuire il volume e inserire gli effetti.

Passiamo al secondo modo di composizione. Molti utilizzano la tastiera MIDI ma ci si può servire di qualsiasi strumento che possa essere collegato al computer. Lo strumento, che sia la tastiera, la chitarra, la batteria o altro, suona la nota che poi è inviata al sequencer in formato MIDI. 

Cosa si vede sul computer? Nè più nè meno che le note suonate riportate sotto forma di barre sulla griglia. Magari siete bravi e il brano è perfetto così com’è oppure avete commesso degli errori, avete suonato una nota sbagliata, o avete l’esigenza di modificare qualcosa, è possibile? Certo che sì. Potete intervenire manualmente come abbiamo spiegato in precedenza quindi aggiungere o togliere delle note, modificarne lunghezza, volume, aggiungere effetti ecc.

 

L’editing

Un brano può essere editato, vediamo come si fa. In precedenza abbiamo detto che si può modificare la forza con la quale la nota è premuta. Per fare ciò bisogna intervenire sul parametro Velocity che può assumere un valore da 0 a 127. Generalmente si usa un codice a colori che aiuta a capire se la velocity è alta, bassa media. 

In generale il colore blu indica un valore basso, viola vuol dire che la forza è media e rosso quando la velocity è massima. Come per un file di testo, anche qui si possono usare le funzioni di taglia, copia e incolla. Ciò può essere fatto con una singola nota oppure con un gruppo di note.

La quantizzazione

La quantizzazione è di grande utilità perché con la sua azione rende un brano ritmicamente preciso attraverso la correzione delle note che sono in anticipo oppure in ritardo.

 

Il loop

Il loop permette di ascoltare un segmento di traccia (o anche interamente) in riproduzione continua. Una funzione comoda perché in questo modo potete incidere una traccia e utilizzarla il tempo che vi serve. Pensiamo a una sequenza di accordi da usare per tutta la durata del brano, basta suonarla una sola volta e poi mandarla in loop per tutta la canzone.

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

Come si scrive una brano? Al netto del talento, c’è una sorta di ricetta da seguire che forse non vi regalerà il successo ma vi semplificherà le cose.

 

Come si scrive una canzone, o meglio, come si scrive una canzone di successo? Diciamo che non è necessario essere grandi musicisti, altrimenti non si spiegherebbe il perché di tante hit che di grande hanno ben poco, pensiamo ai tormentoni estivi oppure a quei brani reggaeton che sono l’uno uguale all’altro. 

Qui possiamo fare una prima riflessione su come intendere la musica. Facciamolo secondo i due estremi di una scala dove a un estremo c’è l’arte e all’altro un prodotto di consumo, come quelli che si comprano al supermercato. Abbiamo parlato di due estremi, ma questa non è una dicotomia, non è necessariamente l’una o l’altra, non è bianco o nero, in mezzo c’è dell’altro e ciascun compositore decide dove posizionarsi su questa scala. Poi è chiaro che in gioco ci sono anche fattori quale la bravura, l’abilità.

 

La struttura

Una canzone per essere vincente, deve innanzitutto essere memorizzabile facilmente dell’ascoltatore e a questo scopo strutturare il brano secondo una sequenza collaudata aiuta. Ecco, vedete, lo schema, stiamo già cercando in qualche modo di imbrigliare l’arte ma lo ripetiamo siamo su una scala, ci muoviamo lungo un continuum tra due estremi e voi decidete dove collocarvi. 

La struttura tipica di un brano prevede l’intro, anzi può prevedere l’intro perché è più che altro un’opzione, il primo verso, il bridge, il chorus, il secondo verso (ce n’è può essere anche un terzo e così via) e l’outro (opzionale). Adesso smontiamo questa struttura e andiamo a vederla più nel dettaglio.

L’intro, come detto, è opzionale e se si vuole creare un brano d’impatto, diretto fin dalla prima nota se ne può tranquillamente fare a meno. Il verso racconta la storia della canzone, introduce eventualmente dei personaggi. Il bridge non lo troviamo sempre, non è raro che si passi dal verso al chorus direttamente. Il bridge, come dice la parola, ha la funzione di fare “da ponte”, canalizza l’interesse dell’ascoltatore verso il ritornello. Il bridge, di solito, si differenzia per ritmo, anche per tonalità o strumenti usati. Possono essere usati come bridge degli accordi ripetuti come in una sequenza Fa Sol7 Fa Sol7.

Il chorus, ecco, qui si concentra buona parte del successo di una canzone, soprattutto in ambito pop. Pensateci, a un concerto cosa canta principalmente il pubblico? Il ritornello, che appunto, ritorna, si ripete più volte in un brano (e ammettiamolo,  a volte si esagera). Nella maggior parte dei casi il ritornello contiene anche il titolo del brano. Un brano di successo commerciale ha la sua forza nel ritornello che deve essere accattivante e facile da ricordare. Il ritornello da solo triana il brano. Verso, bridge ecc. Possono fare schifo ma se il ritornello è vincente, lo sarà l’intera canzone, tanto è il ritornello che l’ascoltatore, soprattutto quello distratto, ricorderà.

Come per l’intro, anche l’outro non è indispensabile ma ha la funzione di non interrompere bruscamente il brano. Aggiungiamo che si può anche riprendere l’intro per concludere la canzone.

 

La pratica

Se vi è capitato di leggere interviste a dei musicisti, può succedere che l’intervistatore chieda loro come avviene il processo compositivo o per dirla in altro modo, viene chiesto se si compone prima la musica o prima le parole (e la melodia). 

La risposta non è mai univoca, ciascuno ha il suo sistema senza dimenticare i tanti casi in cui la canzone è scritta a quattro o più mani come spesso accade nelle band. In tutti i casi si parte da una idea, un semplice motivetto che comincia a girare in testa dal nulla (attenzione perché il rischio che sia di un brano già esistente c’è), magari mentre si è in auto o in una sala d’attesa.

C’è l’idea, c’è l’input ma poi bisogna lavorarci sopra, magari con il sequencer più venduto, ma bisogna essere consapevoli che il risultato finale potrebbe fare schifo e non convincere abbastanza da ritenere di incidere il pezzo su un eventuale disco. Non avete idea di quanti brani vengono scartati. 

Se una band o un solista pubblica un album di dieci pezzi, è probabile che altrettanti composti siano stati cestinati o lasciati nel cassetto in attesa dell’ispirazione giusta per tornare a lavorarci sopra e migliorarli. Ecco, questo può essere un consiglio: non buttae via mai nulla, quel brano che oggi fa schifo potrebbe essere ripreso anche dopo 10 anni e diventare un buon pezzo.

Gli accordi sono la struttura armonica che regge il brano. Per un pezzo pop ne possono bastare tre. Qui lo scopo è creare una progressione di accordi. Immaginiamo un pezzo scritto in scala di Do con la seguente struttura: Do, Fa, Sol che si trovano sul I, IV e V grado, questa rappresenta la progressione. La progressione resta invariata anche se si cambia la tonalità ma cambiano gli accordi. 

Alcune progressioni sono più efficaci di altre tanto è vero che caratterizzano molti pezzi di successo. Vale come esempio per tutte quella I,V,vi,IV. Avrete notato che abbiamo scritto “vi” in terza posizione, questo perché si tratta di un accordo minore. In sostanza che cos’è la progressione? Uno schema, in pratica siamo tornati sul discorso fatto all’inizio.

Avete la melodia e gli accordi ma questa manca ancora di personalità, è qualcosa di ancora indefinito. Come volete che suoni la melodia? Pop, rock? Che sentimenti volete trasmettere? Rabbia, tristezza, felicità? E soprattutto quali strumenti per l’esecuzione? L’arrangiamento cambia le caratteristiche di un brano, lo può stravolgere e gli esempi sono evidenti soprattutto in quelle cover degne di essere definite tali, ovvero, non la semplice riproposizione di un pezzo ma la sua trasformazione, come quando una hit pop viene suonata in versione metal oppure jazz con modifiche dell’armonia, della melodia, del ritmo, della strumentazione oltre che dello stile.

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

I sequencer nel corso degli anni si sono evoluti tantissimo, basti pensare che siamo passati da quelli hardware a quelli software. Questo articolo è l’occasione giusta per scoprire quelli più interessanti.

 

In campo musicale sono in tanti a fare uso del sequencer, diciamo pure che il suo avvento ha rivoluzionato il modo di fare musica. Inizialmente i sequencer erano solo hardware poi negli anni ‘80, grazie al protocollo MIDI, unitamente allo sviluppo dei computer che diventavano più potenti e compatti, si è giunti ai sequencer logici. 

Vale come esempio per tutti il famoso Cubase che, sebbene non fosse l’unico software che consentiva di programmare mediante il protocollo MIDI al fine di creare partiture per batterie virtuali e sintetizzatori, era quello con maggiori potenzialità. Insomma, potremmo dire che Cubase alla fine degli anni ‘80 era il miglior sequencer

Nel frattempo di strada ne è stata fatta tanta e sono nati (ma anche morti) tanti software, vediamo quali sono i migliori o quantomeno i più interessanti. Non fate caso all’ordine con cui ve li presentiamo poiché è puramente casuale, non è nostra intenzione fare una classifica che difficilmente metterebbe d’accordo tutti.

 

Avid ProTools Ultimate 2019

Cominciamo subito col botto perché ProTools Ultimate di Avid è uno dei programmi professionali più impiegati per la produzione e post produzione musicale. La versione 2019 introduce un bel po’ di novità rispetto alla precedente. L’utente può lavorare con 384 voci e/o tracce audio simultanee per una massima libertà creativa e di mixaggio. Le tracce MIDI sono raddoppiate, in passato ne venivano supportate 512, adesso 1024, una condizione ideale per chi vuole creare brani orchestrali imponenti e colonne sonore per il cinema. 

È possibile apportare aggiornamenti alle tracce senza dover interrompere la riproduzione. Una funzione che ci pare essere davvero interessante è la registrazione MIDI retrospettiva. Immaginate che state suonando un motivo, una melodia, l’idea vi pare ottima ma disdetta, non avete avviato la registrazione, e adesso chi si ricorda come faceva esattamente il motivo? Se lo ricorda Pro Tools che resta in ascolto durante l’improvvisazione e la memorizza. Quindi è possibile recuperare il tutto e riversarlo in una traccia.

 

Ableton Live 10

Per i producer di musica elettronica Ableton è un must, non a caso è tra le DAW più utilizzate anche per i live set. L’utente si trova al cospetto di due finestre, una per le tracce e l’altra per il mixer, questa ha una particolarità che non si trova altrove o almeno non che noi sappiamo. La finestra mixer, infatti, ha una sezione per le performance live. Le tracce contengono delle clip al cui interno ci sono informazioni audio come loop, un sample o una sequenza, facendo click su play si avvia la riproduzione sincronizzata. 

Quali sono le potenzialità di una simile funzione? Che per esempio si possono montare differenti sequenze ritmiche in successione mantenendo sempre la sincronia tra le tracce. Ottimi gli strumenti virtuali per qualità ma anche per numero. 

Un discorso del genere possiamo tranquillamente estenderlo alla sezione effetti che ne conta ben 50. Concludiamo dicendo che Ableton Live 10 è presente in tre versioni, la Intro per i principianti, la Standard e la Suite. Quest ultima costa davvero tanto ma magari scaricate la versione free trial.

 

Cubase Artist 10.5

I fan di Cubase sono tanti, anche per la sua semplicità di utilizzo e rappresenta l’evoluzione di Cubase Elements. Rispetto a questo ci sono più tracce e strumenti migliori. Il programma presenta gran parte delle funzionalità di Cubase Pro. 

Ma vediamo nel dettaglio alcune novità. Il Padshop 2 è un sintetizzatore granulare e spettrale con più di 570 preset e campioni. Con la funzione MixConsole si colorano i canali e con la modalità Combined Select Tool è stata semplificata la modifica delle tracce. La funzione Retrospective MIDI Record permette di anche quelle melodie o accordi che non erano stati registrati.

 

Logic Pro X

Per gli utenti Mac c’è Logic Pro X,  a proposito potete scaricare la versione di prova gratuita per 90 giorni. Logic Pro X ha una libreria suoni con ampia selezione di patch. Si possono creare velocemente dei brani grazie ai 7.000 loop disponibili che si adattano automaticamente al tempo del brano che si sta creando. Il missaggio si semplifica incredibilmente con la funzione smart tempo e lo stesso vale per l’abbinamento dei ritmi. A disposizione ci sono diversi batteristi virtuali che si occupano di creare le tracce di batteria.

Garage Band

Merita la segnalazione anche GarageBand e non solo perché è gratuito e disponibile per tutti i computer, tablet e smartphone Apple. Ha una libreria di suoni molto fornita con strumenti e preset per voce e chitarra. C’è anche una selezione di ventotto batteristi virtuali e tre percussionisti. L’interfaccia è molto intuitiva. I sintetizzatori sono potenti, ne trovate cento e il transform pad permette di manipolare i suoni secondo le preferenze. In un certo senso possiamo ritenere GarageBand come la versione lite di Logic Pro, anche graficamente, infatti, i due software sono simili. Poi è chiaro che Logic Pro X, essendo a pagamento, ha maggiori potenzialità ma quella di Apple resta un’ottima soluzione per i principianti.

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

Principale vantaggio

È un accordatore molto preciso, affidabile e anche veloce. Dotato di un ottimo display a retina con sensore di luminosità, è perfettamente visibile in tutte le condizioni di luce. L’utente può scegliere tra tre sistemi di accordatura: polifonica, cromatica e strobe. A proposito, accordatore non si limita all’accordatura standard ma anche a quelle speciali come Drop D e altre, inoltre è compatibile con la chitarra a sette corde. 

 

Principale svantaggio

È un accordatore costoso, oltretutto l’alimentatore non è compreso e anche questo ha un prezzo non indifferente se sommato a quello del Polytune. La funzione polifonica non è compatibile con il basso e a differenza del modello successivo (ovvero il Polytune 3), non comprende il Bonafide Buffer che azzera la degradazione del segnale tipica di cavi molto lunghi, quindi se li usate tenetene conto.

 

Verdetto 9.9/10

Pur non essendo l’ultimo arrivato in casa TC Electronic riteniamo il Polytune 2 uno strepitoso accordatore degno di far parte della strumentazione di un professionista. È solido e preciso come pochi. Consigliato a chiunque suoni ad alti livelli ed è in cerca dell’accordatura perfetta sempre e comunque.

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DESCRIZIONE CARATTERISTICHE PRINCIPALI

 

Professionale

Se andate a spulciare tra la strumentazione di chitarristi affermati non è difficile che possiate trovare questo accordatore (ecco i migliori modelli) che ha saputo conquistare la fiducia di tanti professionisti delle sei corde. I motivi principali di tanto successo successo sono la velocità e la precisione con la quale viene riconosciuta la nota; sappiamo tutti quanto sia importante per chi suona ad alti livelli che lo strumento sia sempre perfettamente accordato e se il Polytune 2 vi dice che quella nota è un Mi leggermente ascendente, potete scommetterci che è così. 

Ma a parte la precisione e la velocità cos’altro distingue il Polytune 2 da un accordatore per chitarra professionale di altra marca? Beh questo è polifonico (chiaramente non è l’unico accordatore polifonico esistente al mondo) ma ha anche la modalità strobe. 

In definitiva potete accordare una corda alla volta, tutte assieme (non con il basso) oppure usare la modalità strobe che assicura la precisione massima con un margine di errore di +/- 0.01 centesimi, praticamente nulla. Ora capite perché questo pedale è di livello professionale?

Ottimo display

Se magari avete già posseduto il precedente Polytune non vi sfuggirà la differenza con il display a retina del Polytune 2, la sua luminosità, ne siamo certi, vi piacerà. Lo schermo è ottimamente leggibile in tutte le condizioni di luce e su un palco si trova a proprio agio. L’accordatore, poi, ha un sensore per la luce ambientale quindi da solo regola la necessaria quantità di luminosità. 

Non solo accordatura standard con questo dispositivo ma anche ad esempio Drop D, Capo Mode, Drop Tuning ed è possibile memorizzare le preferenze. Non è finita perché l’accordatore è compatibile anche con le chitarre a sette corde. 

È opportuno informare il lettore che il Polytune 2 non è il modello più recente in casa TC Electronic che ha già lanciato sul mercato la terza versione; in particolare è un pedale più compatto e comprende il Bonafide Buffed che garantisce zero degradazione del segnale, questo significa che anche con cavi molto lunghi non è pregiudicata la precisione dell’accordatura. Vi invitiamo a valutare questo detaglio.

 

Indistruttibile

Un altro dei punti di forza dell’accordatore TC Electronic è la qualità dei materiali, il pedale è robusto, praticamente indistruttibile. Resta saldo sul pavimento, non si sposta di un millimetro. Parliamo un po’ dell’alimentazione, ci sono due possibilità: una batteria da 9 V oppure un alimentatore, praticamente come per tutti gli stomp box. Nè l’una nè l’altro sono comprese nella confezione ma dopotutto anche qui non c’è niente di strano. 

Qual è il problema? Che se il Polytune non costa poco, l’alimentatore di certo non ve lo regalano, anche qui la spesa è alta e sinceramente usare sempre la batteria non ci pare essere la soluzione più comoda, anche se la più economica.

Nella confezione un’altra cosa che non trovate sono le istruzioni, che però potete reperire online senza grosse difficoltà. Ad ogni modo ci teniamo a dirvi che l’uso dell’accordatore non presenta difficoltà significative e, se ne avete avuti già altri in passato, anche di altra marca, non avrete problemi a utilizzare il Polytune immediatamente.

 

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Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

Principale vantaggo

Sono davvero tanti i punti di forza per l’accordatore, tra questi c’è sicuramente la precisione e la velocità nel rilevare la nota suonata, la quale può essere accordata secondo tre modalità che sono la polifonica, la cromatica e la strobe. La qualità dei materiali è di altissimo livello mentre il display è ottimamente leggibile in tutte le condizioni di luce. 

 

Principale svantaggio

Secondo noi il problema principale dell’accordatore è il suo costo che è di molto sopra la media di tanti altri accordatori (i migliori modelli) a clip, c’è da aggiungere poi che la funzione polifonica non è compatibile con il basso quindi chi suona questo strumento si trova a essere un po’ penalizzato rispetto ai chitarristi pur dovendo sostenere la medesima spesa.

 

Verdetto 9.9/10

Per noi il TC Electronic PolyTune è un ottimo accordatore. Può tranquillamente soddisfare le esigenze dei professionisti, è robusto, compatto ma con un display ampio poiché sfrutta tutta la superficie disponibile. Siamo certi che una volta acquistato diventerà compagno inseparabile delle vostre session musicali non soltanto in studio o a casa ma anche dal vivo.

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DESCRIZIONE CARATTERISTICHE PRINCIPALI

 

Tre modalità di accordatura

Quello di TC Electronic è un accordatore famosissimo, soprattutto nella sua versione a pedale. È un dispositivo usato da tanti professionisti, ciò che non tutti sanno è che esiste anche una versione a clip ottima per gli strumenti acustici e non solo. 

Il PolyTune Clip è un accordatore per chitarra con tre modalità di accordatura: polifonica, cromatica e strobe, indipendentemente da quella scelta il risultato è sempre ottimo con una precisione (parliamo di un margine di errore irrisorio) e velocità nel rilevare le note impressionanti. Anche il passaggio da una modalità all’altra è immediato. Dobbiamo precisare, soprattutto ai bassisti che ci stanno leggendo, che la funzione polifonica non è disponibile per il basso ma siamo certi che la bontà dell’accordatore farà soprassedere su questo problema, ad ogni modo non ci sono problemi di compatibilità con le restanti due modalità. 

È un accordatore perfetto da usare tanto in studio quanto su un palco per un’accordatura veloce. Chiaramente ben si presta anche in fase di setup quando magari c’è da regolare l’intonazione dello strumento, anche in questo caso la precisione è massima.

Display ampio ma accordatore compatto

Non fatevi ingannare da alcune fotografie che potreste trovare online, l’accordatore è compatto, discreto, non è invadente sulla paletta. Le dimensioni piccole non si ripercuotono sul display che sfrutta tutta la superficie per una lettura agevole anche al buio grazie agli indicatori a LED. Il display ruota ma non a 360°, questo secondo noi è un piccolo limite che, pur se trascurabile, abbiamo ritenuto opportuno segnalare in quanto la cosa è emersa in alcune recensioni scritte dagli utenti. 

Dobbiamo assolutamente dire qualcosa sui materiali, qui siamo su livelli alti, anzi, altissimi ma chi conosce già TC Electronic non se ne meraviglia, è anche qui che l’accordatore si differenzia dalla miriade di clip tuner che affollano il mercato, giocattoli di plastica fragile nella maggior parte dei casi. Qui, invece, non c’è traccia di plastica ma una lega di metallo molto resistente. La qualità costruttiva è un altro indice della bontà di questo prodotto che si conferma ottimo per un utilizzo professionale.

 

Costoso

Nel corso della nostra recensione abbiamo ribadito in più di un’occasione che l’accordatore è professionale. Perché lo abbiamo fatto? Non certo perché ci piace ripeterci ma per prepararvi adeguatamente a quanto stiamo per dirvi: si tratta di un dispositivo molto costoso (anche se parliamo di cifre nella disponibilità di gran parte della gente), un investimento probabilmente eccessivo per chi la chitarra la strimpella. 

Del resto la precisione, la velocità di riconoscimento della nota e la qualità dei materiali sono doti che richiedono il pagamento di un prezzo adeguato, poi è chiaro che a far salire il costo c’è anche il marchio ma le prestazioni offerte da questo accordatore sono innegabilmente di alto livello. 

Magari sarebbe stato il caso di prestare un po’ di cura in più nel redigere le istruzioni che come fanno notare alcuni clienti, sono striminzite e poco chiare. Ad ogni modo ci teniamo a precisare che l’uso dell’accordatore non è complicato.

 

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Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

Principale vantaggio

La qualità audio che si ottiene è molto buona sia durante le dirette streaming sia quando si registra un’intervista o un commento audio. Il filtro antipop svolge bene il suo lavoro e il profilo in metallo conferisce al microfono la necessaria robustezza.

 

Principale svantaggio

Non possiamo accettare che un microfono così costoso rifili un supporto da tavolo evidentemente inadeguato. Sono troppe le persone che lamentano la sua rottura, il che ci fa concludere che la qualità sia modesta. Serve decisamente altro, anche alla luce del fatto che il microfono pesa oltre 500 g. A proposito, una volta montato il filtro antipop e il supporto per il tavolo, il prodotto diventa abbastanza ingombrante.

 

Verdetto 9.8/10

Pur rimanendo perplessi a causa della fragilità del supporto, il nostro giudizio sul microfono non può che essere positivo. Versatile, assicura buon performance sia live sia quando si registra, il discorso non cambia sia che usiate il microfono per cantare, suonare uno strumento oppure per la sola voce parlata.

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DESCRIZIONE CARATTERISTICHE PRINCIPALI

 

Versatile

Dalla nostra analisi del Rode NT USB è emersa con forza la sua grande versatilità. Ci potete fare un sacco di cose e sempre con buoni risultati, che voi siate YouTuber, podcaster, o musicisti che vogliono registrare la voce e magari anche qualche strumento acustico, non si resta delusi. A proposito la buona qualità si ha non solo quando si registra ma anche nelle dirette live streaming. 

Certo, non è un microfono economico ma le prestazioni ripagano dell’investimento. Ha il monitor incorporato con uscita audio per le cuffie e il potenziometro del volume. Ci sono utenti che hanno lamentato un po’ di latenza in cuffia ma pare che il problema sia risolvibile modificando alcuni settaggi. 

Certo, la cosa può portare via un po’ di tempo e magari scoraggiare i meno esperti ma familiarizzando con il programma che normalmente usate per la registrazione, verrete sicuramente a capo del problema qualora dovesse presentarsi. Un’altra lamentela che abbiamo registrato riguarda l’assenza di un interruttore. È un microfono sensibile, quindi è vivamente consigliato l’uso in un ambiente adeguatamente isolato. 

Accessori (sia di qualità sia modesti)

Oltre al microfono (controllare qui la lista delle migliori offerte) sono presenti un paio di accessori, alcuni ci hanno convinto, altri meno. Cominciamo da cosa ci è piaciuto. Il filtro antipop è sicuramente efficace tanto è vero che quando è montato non si verifica il fastidioso effetto. Che altro c’è? L’aggancio per microfonica regolabile, un sacchetto antipolvere e un cavo USB da 6 metri. 

Abbiamo invece lasciato per ultimo uno dei punti deboli di questo microfono. Si tratta del supporto da tavolo e, se volessimo contare tutte le lamentele in merito, non la finiremo più. Cominciamo col dire che è realizzato con materiali che definire economici è poco. Il problema non è neanche la stabilità bensì la resistenza, a tante gente si è rotto anche agendo con la dovuta cautela. 

Ora, considerando che parliamo di un microfono abbastanza costoso, che magari non sarà professionale ma sicuramente non è neanche un entry level, è lecito aspettarsi la buona qualità per ogni singolo componente, e il supporto da tavolo non è certo un accessorio secondario se si pensa che fondamentalmente la maggior parte dei clienti usa il microfono proprio appoggiandolo sul tavolo. Peccato. 

 

Semplice da usare

Non c’è nulla di complicato nell’usare il Rode: basta collegare il cavo al computer indipendentemente che sia un Mac oppure un PC (non ci sono driver da scaricare e installare) e se volete usarlo con il vostro iPad, vi basta procurarvi il kit USB camera connection. Il microfono permette di collegare senza difficoltà le cuffie e ascoltare così direttamente l’audio, senza alcun fastidioso ritardo. L’apparecchio dispone anche del controllo per il volume. 

Siamo certi che resterete soddisfatti, quando toccherete con mano il microfono, della sua robustezza. Ha il profilo in metallo e il peso di 520 g si sente tutto (anche per questo motivo, evidentemente, serviva un supporto da tavolo più resistente; invece così rischia di cedere sotto il peso del microfono). Le dimensioni sono generose, diciamo pure che è ingombrante, soprattutto quando montate il supporto e il filtro antipop, perciò assicuratevi di avere spazio a sufficienza sulla vostra scrivania.

 

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Ultimo aggiornamento: 05.06.20

 

Principal vantaggio

È un microfono molto versatile, può essere collegato con tantissimi modelli di fotocamera e anche con gli smartphone. Il corpo in metallo è molto robusto ed è dotato di accessori. Aspetto non secondario, le sue dimensioni compatte fanno sì che il VideoMicro non invada l’inquadratura.

 

Principale svantaggio

Non dà un apporto significativo ai microfoni integrati nelle fotocamere di buon livello, risultati significativi si hanno solo con smartphone e reflex entry level. Si avvertono rumori di fondo e con il filtro antivento il microfono flette troppo in avanti.

 

Verdetto 9.7/10

Come microfono entry level non è male, compatto e leggero (poco più di 40 grammi di peso) fa fare un salto di qualità dell’audio degli smartphone ma è inutile con fotocamere di fascia medio/alta. 

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DESCRIZIONE CARATTERISTICHE PRINCIPALI

 

Per fotocamere e smartphone

Siamo rimasti abbastanza soddisfatti della versatilità dimostrata dal Rode, decisamente un buon microfono entry level. La sua versatilità è data dai possibili impieghi, in pratica può essere collegato a una infinità di modelli di fotocamere, in particolare action camera, ma anche agli smartphone. In questo modo si potenzia la capacità dei telefoni di catturare l’audio e possono essere così usati anche per intervistare qualcuno, giusto per fare un esempio. 

Il VideoMicro non ha bisogno di batterie o di settaggi ed è Plug & Play: basta collegarlo al dispositivo e si comincia, senza doversi perdere in fastidiose perdite di tempo nel menù delle impostazioni. A proposito, in alcuni casi potrebbe essere necessario un adattatore.

Uno degli aspetti che più potrebbero preoccupare i clienti è l’invasività del microfono (ecco la lista dei migliori prodotti) nel senso del rischio che l’oggetto possa finire nell’inquadratura. Vogliamo tranquillizzare tutti perché il VideoMicro è sufficientemente compatto da rendere impossibile una situazione del genere, perciò le vostre riprese saranno prive di oggetti ingombranti e fastidiose “invasioni” di campo.

Accessori

l microfono è pensato per le riprese on the road, infatti tra i suoi accessori ha un filtro antivento. Certo, a guardarlo bene dà la sensazione di aver trafitto un grosso topo! Questo per dire che l’effetto visivo è proprio brutto ma ne riconosciamo l’efficacia e per noi la praticità è una qualità non secondaria. Continuando con gli accessori, è compreso anche il supporto. Che ci sia è sicuramente bene ma questo non può esimerci dallo esprimere qualche perplessità. Perplessità che oltretutto non sono solo nostre, anzi, sono abbastanza diffuse tra i clienti entrati in possesso del microfono. 

Ma esattamente qual è il problema, cosa non convince né noi né i vari clienti che l’hanno già acquistato? Sicuramente i materiali del supporto: è tutto troppo fragile ma soprattutto eccessivamente flessibile. Soprattutto quando si usa il filtro antivento, il microfono si flette in avanti, cosa che ha dato parecchio fastidio agli utenti. Una certa contrarietà è conseguenza anche dell’assenza di un cavo adattatore per lo smartphone da TRS (ovvero il tradizionale jack stereo) a TRRS (quello a quattro contatti con segnale per il microfono). 

 

Robusto

Il corpo del microfono è in metallo e, a differenza del succitato supporto, dà sicuramente maggiori garanzie in termini di robustezza. Interessante notare come il fatto che il corpo sia in metallo non incida negativamente sul peso del microfono (incrementandolo). 

Veniamo alla qualità audio. Lo abbiamo detto, si tratta di un entry level, perciò si ottengono buoni risultati ma sinceramente siamo parecchio lontani dall’eccellenza. Ci pare giusto affermare, poi, che molti non hanno notato grosse differenze in merito all’audio della loro reflex con e senza il microfono in questione. 

Questo ci porta a fare una riflessione: se avete una fotocamera buona, che ha un microfono integrato discreto, evidentemente non ha senso spendere denaro per questo VideoMicro perché, se miglioramenti audio ci sono, sono comunque minimi. Una buona fotocamera, pertanto, ha bisogno di un microfono migliore e naturalmente più costoso, insomma, qualcosa che sia di più di un entry level. 

Restando sempre in tema audio, il microfono cattura anche i rumori di fondo, dunque prestate una certa attenzione e cercate – per quanto possibile – di limitarli al massimo. Ricapitolando, il VideoMicro è sicuramente ottimo per gli smartphone e buono per le fotocamere entry level mentre è quasi inutile per quelle di livello superiore.

 

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