Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Vic Firth ha realizzato una imperdibile serie che dà il meritato risalto alla batteria e ai batteristi: è un programma adatto non soltanto ai musicisti ma a tutti gli appassionati della buona musica.

 

Vic Firth è uno dei marchi più noti e stimati tra i produttori di bacchette ma nel nostro articolo non sarà incentrato su questi bastoncini di legno. Tranquilli, il tema è pur sempre dedicato agli appassionati di batteria, anzi, siamo sicuri che quanto state per leggere vi farà parecchio piacere. Eh sì perché ai ragazzi della Vic Firth è venuta in mente proprio una bella idea e a quanto pare ha avuto anche parecchio successo. 

Il progetto va inteso anche come una sorta di atto di giustizia, una rivincita per i batteristi. Pensateci, quando guardate un video musicale o magari un live tutte le attenzioni sono per il frontman e i chitarristi. Le telecamere sono quasi sempre fisse su di loro, neanche si contano i primi piani. Il batterista resta in disparte, nascosto dietro il suo strumento. Eppure il suo ruolo è tutt’altro che marginale. Allora cosa si sono inventati alla Vic Firth? Una web serie incentrata sui batteristi ai quali è lasciato grande spazio per improvvisare e cimentarsi in lunghi assoli e non è da escludere che un giorno possa esserci una puntata dedicata a un grande batterista che si cimenta con una buona batteria elettronica.

 

Il format

Il format è avvincente e mette chiaramente al centro il batterista, un artista diverso ogni puntata attorniamo da musicisti di altissimo livello. Le riprese seguono uno schema ben preciso: la prima inquadratura è per chi attacca il pezzo, ad esempio il tastierista per poi passare immediatamente al batterista in una alternanza che prosegue tra quest’ultimo e il resto della band. 

 

 

Ma facciamo un esempio per rendere il tutto più chiaro; una ipotetica situazione è la seguente; tastiere, batteria, chitarra, batteria, basso, batteria e così via. Ogni mese viene proposto un batterista diverso. La durata dei video, tutti di ottima qualità, è variabile ma generalmente di va dai 6 a circa 12 minuti. Gli ospiti sono introdotti da Elmo Lovato. Tutti gli episodi possono essere visti sul canale YouTube di Vic Firth sul cui sito ufficiale, oltretutto, si trovano disponibili per il download i brani e la loro trascrizione per batteria in pdf.

 

La tecnica al servizio della musica

Gli autori del programma non sono caduti nell’errore di proporre al pubblico una serie di virtuosismi fini a se stessi. In VFJams Live non è la musica al servizio della tecnica ma il contrario. Questa è una cosa molto importante perché in tal modo si evita di annoiare il pubblico a lungo andare, fatta eccezione per i fanatici della tecnica, e si evita di essere un programma di nicchia. Insomma pur essendo la batteria la vera protagonista, la musica in sé non è lasciata in secondo piano, anzi, pertanto il programma può catturare l’interesse di tutti gli appassionati: musicisti e semplici ascoltatori.

 

 

Un successo la prima edizione, al via la seconda

La prima edizione della web serie è stata un vero successo. Ovvio che Vic Firth abbia creduto nell’operazione altrimenti non avrebbe investito così tanto e credeteci, considerato il livello dei musicisti, lo studio e più in generale, l’alta qualità del prodotto, l’investimento non è stato di poco conto, ma i risultati sono andati ben oltre le aspettative iniziali che pur erano ottimiste. A quel punto è stato impossibile non lanciare la seconda stagione e come gli sportivi sanno, in particolare gli appassionati di calcio, squadra che vince non si cambia dunque tutti confermati a cominciare da Elmo Lovato a Robert Searight in veste di direttore della VFJams band (tutti confermati) che accompagna i batteristi. 

Qualche parola in più è doverosa spenderla per questi ragazzi, giovani e bravi. Il loro livello tecnico non è di certo inferiore a chi, di volta in volta si siede dietro le pelli. Ascoltandoli si ha l’impressione che abbiamo suonato insieme da una vita ma dopotutto il linguaggio della musica è universale. Qualche piccola novità c’è: rispetto alla prima stagione è stato rinnovato lo studio ma finiscono davvero qui le sorprese. 

Dal canto nostro non possiamo fare altro che caldeggiare i nostri lettori a prendere visione della serie e non ci rivolgiamo soltanto ai musicisti perché come detto in precedenza, VFJams LIve è pensata anche per i semplici ascoltatori desiderosi di sentire buona musica, suonata con perizia tecnica.

 

 

Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Suonare un modello elettronico non è cosa così diversa dal farlo con una acustica: in entrambi i casi servono studio e passione.

 

Ci sono più o minori difficoltà con la batteria elettronica rispetto a quella acustica? Fondamentalmente no. L’approccio, i metodi, così come la dedizione sono gli stessi. Pertanto nulla vieta di studiare lo strumento cominciando con la versione elettronica per poi, magari passare a quella acustica. Anzi, ai fini didattici la batterie elettronica vi consente di esercitarvi in tutta tranquillità, anche di notte volendo, senza il timore di disturbare tutto il vicinato. Con una batteria del genere, poi, è anche più facile esercitarsi suonando su dei brani musicali o magari eseguendo gli esercizi di un audio o video tutorial perché il vostro strumento non coprirà il suono. 

 

Il maestro

Imparare a suonare la batteria non è così semplice. Sarebbe opportuno rivolgersi a un maestro o magari a una scuola di musica. Avere una guida è di grande aiuto non solo per apprendere la teoria musicale e le varie tecniche ma anche perché il principiante quasi sempre commette degli errori d’impostazione che se non corretti diventano una cattiva abitudine dalla quale non ci si libera più. Un maestro è in grado di notare i vostri errori d’impostazione, come per esempio tenere le bacchette nel modo corretto, e correggerli. Un insegnante di musica, poi, può anche motivarvi, spronarvi a fare di più e meglio, inoltre, avendo una certa esperienza, è in grado di darvi tanti consigli utili.

 

 

Le bacchette

Ecco un errore che commette il principiante: le bacchette; si pensa siano tutte uguali, che una valga l’altra. In questo momento non ci interessa tanto parlare della qualità dei materiali, sono altre le caratteristiche che contano. Dovete sapere che le bacchette si differenziano per lunghezza e diametro. Una lettera ci dà le informazioni circa il peso (e diametro) delle bacchette mentre il numero ci informa sullo spessore. Spieghiamoci meglio. 

La lettera A indica le bacchette più leggere se invece vi interessa una misura intermedia, allora dovete prendere in considerazione le bacchette B. Volete una bacchetta di peso maggiore? Allora vi servono bacchette S. Il numero che precede la lettera ci informa sulla lunghezza delle bacchette. Un’ultima differenza riguarda la forma della punta. Spiegandoci in termini generici possiamo dire che una punta piccola offre un suono più definito mentre una punta grande serve per avere maggior volume e più sfumature del suono.

 

Scegliete un buon metodo

Dopo aver scelto il vostro strumento tra una delle batterie elettroniche vendute online (controllare qui la lista delle migliori offerte), viene il difficile. Per motivi vostri avete scartato l’ipotesi di rivolgervi a un maestro. L’altra strada percorribile è di comprare un metodo didattico. È importante cominciare con un metodo scritto e pensato per i principianti che insegni i concetti base, i rudimenti dello strumento. Gli esercizi devono essere semplici e a difficoltà progressiva. Successivamente si potrà passare a un metodo per batteristi che hanno già acquisito determinate conoscenze teoriche e pratiche. Di seguito vi suggeriamo alcuni metodi per batteristi.

 

Suonare la batteria. Guida completa per imparare a suonare la batteria da zero

Questo metodo è opera di Corrado Bertonazzi; è piuttosto completo tanto è vero che sono allegati un DVD e delle tracce audio (da scaricare online), materiale molto utile ai fini dell’apprendimento. Di questo metodo colpisce l’accuratezza e l’attenzione per i dettagli. Durante il percorso fatto da esercizi a difficoltà crescente, si snocciolano temi quali l’impostazione delle mani, gli esercizi per l’indipendenza degli arti, la tecnica del rullante e naturalmente la teoria musicale. Il prezzo è di circa 15 euro.

 

Lezioni di batteria. Guida completa per imparare a suonare lo strumento

I principianti possono prendere in considerazione il metodo scritto da Alessandro Pacifici. Il lavoro è abbastanza completo ma, dobbiamo dirlo, anche un po’ dispersivo poiché affronta tanti, forse troppi generi musicali diversi tra loro. Ciò non toglie che si tratti di un metodo valido e con esercizi ben spiegati. Magari lo consigliamo a chi vuole allargare i suoi orizzonti. Il costo di questo metodo è di 11 euro.

 

Stick control. Il metodo di rullante dei batteristi

Il controllo delle bacchette è uno dei fondamentali della batteria. Questo metodo è stato scritto da George Lawrence Stone con lo scopo di migliorare le abilità meccaniche dello studente. Il metodo prevede lo studio di una serie di ritmi organizzati in forma ginnica al fine di migliorare il controllo delle bacchette, la scioltezza delle dita, delle braccia e del polso. Con il progredire degli esercizi si perfezione la precisione e l’abilità nei tocchi. Il metodo costa sui 12 euro.

 

 

La coordinazione dei quattro arti

È uno dei metodi più conosciuti e stimati. Scritto da Marvin Dahlgren e Elliot Fine, gli autori si prefiggono lo scopo di aiutare gli studenti a sviluppare l’indipendenza degli arti. Gli esercizi sono spiegati molto bene, anche se c’è un aumento brusco della difficoltà tra i primi più semplici e quelli successivi. Un paio di esercizi con livello di difficoltà intermedia non avrebbero guastato. Lo trovate in vendita a circa 12 euro.

 

 

Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Mettere in piedi uno strumento di questo tipo non è difficile, meno immediato è impostare i parametri dell’interfaccia trigger ma alla fine anche questa operazione è alla portata di tutti.

 

Sono diversi gli appassionati di batteria che scelgono di comprare la batteria elettronica più venduta piuttosto di una acustica. Principalmente le ragioni sono da ricercare nella maggiore praticità, un minor spazio occupato ma soprattutto, e questo forse è il motivo principale, si può essere decisamente meno rumorosi. 

Chi suona la batteria, infatti, a meno che non abbia uno spazio insonorizzato oppure non viva in un luogo senza vicini, rischia di dover battibeccare per i rumori molesti. Eh sì, perché mica tutti sono amanti della musica e della batteria. Ecco dunque che si ripiega su uno strumento elettronico che dà la possibilità di tenere il volume sotto controllo o addirittura servirsi delle cuffie. In questo modo i vicini, tantomeno gli altri membri che condividono la casa, avranno modo di lamentarsi perché non verrà loro arrecato disturbo. 

Se le motivazioni qui illustrate vi hanno convinto, magari vi starete ponendo un paio di domande. Una di queste. Per esempio, è come si monta una batteria elettronica. In effetti qualche operazione di montaggio va fatta, lo sappiamo, la cosa vi preoccupa ma ci sono solo dei cavi da collegare. Mettete da parte le vostre preoccupazioni perché è tutto molto semplice come vi dimostreremo tra un attimo.

 

Montate il rack

Come prima cosa bisogna montare il rack. È una parola strana che non avete mai sentito prima? Niente panico, in sostanza si tratta del supporto che sostiene i pad. Non è niente di complicato, si tratta di stringere qualche vite e mettere i piedini alla base.

 

 

I pad

Una volta che il rack è sistemato, bisogna montare i pad. Anche in questo caso è tutto molto semplice: si tratta di stringere delle viti e scegliere la distanza tra un pad e  l’altro che si ritiene più comoda, ovviamente le dimensioni del rack sono un vincolo. Per i piatti suggeriamo questa configurazione hit-hat alla vostra sinistra, il piatto (che può essere un crash o uno splash a seconda di come lo impostate) a sinistra del primo tom e il ride a destra del secondo tom. Quanto alla grancassa, alcuni modelli hanno il solo pedale altri invece hanno il pad che quindi va colpito. In questo caso si usa il classico pedale da batteria.

 

I collegamenti

I pad vanno collegati al modulo oppure al trigger. L’operazione è semplice anche in questo caso: ci sono cavi con jack, uno per ogni per pad. Il collegamento si stabilisce proprio tra il singolo pad e il modulo o interfaccia trigger. Tenete presente che, nel caso di interfaccia trigger, questo va collegato a un computer e sfrutta uno dei tanti software disponibili. Nel caso del trigger vanno impostati una serie di parametri ma è opportuno trattare l’argomento in un paragrafo a parte.

 

 

I parametri dell’interfaccia trigger

Spieghiamo quali sono i parametri principali di cui tener conto premettendo che la scelta dei valori da impostare è vostra in quanto dipende dalle vostre esigenze. Il trigger MIDI note rappresenta il numero della nota MIDI da assegnare al pad. Il gain regola la sensibilità dei pad. Se impostate un valore alto, non sarà necessario battere il pad con forza per ottenere un’uscita alla massima velocità. 

Con un guadagno più basso è difficile ottenere un’uscita a velocità massima quando colpite il pad. Trovate il giusto equilibrio. Un altro parametro importante è il velocity curve. Questa funzione serve per personalizzare la risposta del trigger al proprio stile di suonare. Questa impostazione richiede un po’ di tempo per essere impostata alla perfezione. 

L’impostazione del parametro threshold serve ad evitare le false attivazioni del trigger dovute, ad esempio, alle vibrazioni. Il valore di soglia impostato corrisponde alla velocità minima necessaria alla produzione dei dati da parte del trigger. Quando due trigger si trovano l’uno vicino all’altro possono attivarsi accidentalmente: ciò origina una interferenza. 

La funzione X-Talk rappresenta il grado in cui il trigger rifiuta l’interferenza. Il retrigger imposta la quantità minima di tempo tra trigger successivi necessari a generare un secondo suono. Inizialmente si possono avere non poche difficoltà nell’impostare adeguatamente i parametri dell’interfaccia MIDI ma dopo un po’ tutto diventa più semplice. L’importante è impostare i parametri secondo le proprie esigenze e stile.

 

 

Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Abbiamo selezionato una serie di amplificatori che vi consentono di ascoltare meglio il suono della vostra batteria elettronica.

 

Quella elettronica è una valida alternativa alla batteria classica. A differenza di questa, la migliore batteria elettronica occupa meno spazio, il suo volume può essere facilmente contenuto o silenziato, tanto è vero che si possono anche utilizzare degli auricolari. La batteria elettronica presenta anche un altro vantaggio, molto utile per esercitarsi o comunque divertirsi. Immaginiamo che vogliate suonare su uno o più brani di vostro gusto. Potete ascoltarli tramite il computer oppure accendere il vostro impianto Hi-Fi ma, se avete una batteria acustica, questa coprirà la musica in quanto il volume è maggiore e non avete modo di regolarlo. 

Suonare più piano serve a poco e le sordine non ci sembrano una buona soluzione per divertirsi. Con una batteria elettronica, invece, potete gestire a meglio il volume dello strumento. Tuttavia può presentarsi un’altra soluzione: vi serve maggior volume. Come fare? Semplice: vi serve un amplificatore/monitor adatto alla batteria elettronica. Abbiamo pensato di presentarvi una serie di ampli adatti allo scopo.

 

Laney AH40

Lo AH40 è un ampli multi input con tre canali ed equalizzatore a cinque bande. Dotato di un woofer da 8 pollici ha una potenza di 40 w in RMS. È adatto per un uso casalingo mentre lo sconsigliamo per suonare dal vivo. Quando necessario, potete sfruttare l’uscita per le cuffie. È un entry level solido strutturalmente parlando capace di diffondere un buon suono. Il suo prezzo di listino è di 189 euro ma non è difficile trovarlo in vendita con un piccolo sconto.

 

 

Medeli AP30

Per chi cerca qualcosa di leggermente meno potente, c’è il Medeli AP30. Si tratta quindi, sempre di un amplificatore da usare a casa visti i soli 30 W. C’è un equalizzatore a tre bande. Troviamo un ingresso AUX che consente di collegare dispositivi audio esterni. Per quanto riguarda i diffusori c’è un woofer da 25 pollici e un tweeter da 3 pollici. Il prezzo di listino è di 189 euro.

 

Laney DrumHub DH80

Molto interessante il DH80 di Laney in grado di offrire una convincente varietà di suoni. Buono sia per casa sia in studio di registrazione ma volendo può trovare applicazione in piccoli contesti live visti gli 80 W di potenza. Una delle caratteristiche da mettere in risalto è sicuramente la presenza del Bluetooth grazie al quale si può riprodurre in streaming audio, per esempio, la musica dallo smartphone. Non manca l’uscita AUX. Per quanto riguarda i diffusori ci sono uno speaker da 10 pollici e un tweeter da 3 pollici. Oltretutto è anche leggero trattandosi di un ampli da 80 W, pesa appena 11 kg, dunque il trasporto non è cosa complicata. Il prezzo è di 225,00 euro.

 

Roland PM-100

Poco ingombrante ma con un suono ricco e dinamico: questa può essere la perfetta sintesi per descrivere il Roland PM-100, un ampli con sistema di diffusori full range con potenza di 80 W. Rappresenta l’accoppiata perfetta con la batteria elettronica della serie V-Drums (c’è un ingresso dedicato). Ha il mixer integrato che consente di ascoltare la musica proveniente da altri dispositivi. I controlli dei volumi sono indipendenti mentre l’equalizzatore  a due bande è utile per ottimizzare il suono. Il suo costo si aggira sui 315 euro.

 

Roland PM-200

Le caratteristiche del PM-200 non sono dissimili dal PM-100. La differenza principale riguarda la potenza che è di 180 W. Si tratta, dunque, di un amplificatore adatto soprattutto quando ci si deve esibire. Grazia al suo design inclinato, il batterista è investito dalla copertura sonora ideale e questo torna di grande utilità quando si suona dal vivo. Qui saliamo decisamente con il prezzo, visto che servono circa 560 euro per portarlo a casa.

 

 

Roland PM-03

Il PM-03 è un personal monitor con sistema speaker 2.1, l’immagine stereofonica è ampia e i diffusori proiettano un suono ben definito con particolari benefici per le frequenze basse. Ideale per essere abbinato con la V-Drum HD, è comunque compatibile con altre batterie elettroniche. Ha un design compatto e moderno: occupa pochissimo spazio. C’è la funzione auto standby che si attiva dopo 30 minuti se non riceve segnale.

 

Gear For Music Subzero DR-30

Si tratta di un amplificatore da 30 W con woofer da 10 pollici e tweeter da 3 pollici. È adatto sia per tastiere che per batterie elettroniche. Il suono è bilanciato ma parliamo pur sempre di un entry level da usare esclusivamente in casa oltretutto un po’ pesante considerati i suoi 15 kg. Il suo costo è di 110 euro.

 

 

Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Scegliere quale modello acquistare può essere davvero problematico: meglio una acustica oppure una elettronica? Quanto bisogna spendere? Per queste e altre domande trovate le risposte qui.

 

Quando non si ha nessuna esperienza in merito, il dubbio su che tipo di batteria orientarsi è forte oltre che comprensibile. Una cosa è certa: c’è la batteria giusta per tutti ma bisogna fare una serie di considerazioni prima di comprarla, onde evitare un acquisto sbagliato o comunque inadeguato. 

Nel corso del nostro articolo ragioneremo sulle caratteristiche che lo strumento deve avere a seconda dei casi perché ci sembra ovvio che un assoluto principiante non può avere le stesse esigenze di chi con la batteria si esibisce e magari si guadagna anche da vivere. Prenderemo in considerazione non solo la batteria acustica ma anche quella elettronica che in molti casi può essere la migliore soluzione.

 

La batteria acustica

La batteria acustica è quella che più comunemente si vede in giro. Si componi di tamburi e piatti. La qualità dei materiali ha una grande incidenza sul suono ma come potete facilmente immaginare, anche sul prezzo. Ci piace parlare di kit base. La batteria è uno strumento espandibile ma è bene partire da pochi essenziali elementi. Quando parliamo di kit base, ci riferiamo a uno strumento composto da rullante, due tom, una grancassa, un timpano, un charleston, un crash e un ride. 

Per un principiante, andare oltre questa configurazione, tra l’altro largamente usata da musicisti di buonissimo livello, è inutile e non farebbe altro che complicare la vita. In seguito, una volta diventati bravi, se non bravissimi, si potranno aggiungere altri tom di diversa misura, piatti di ogni tipo, un secondo rullante e così via, fino a sparire letteralmente dietro lo strumento.

 

 

Gli elementi della batteria

Dopo aver descritto quali sono gli elementi che compongono il kit base della batteria, andiamo a vederli nel dettaglio. Visto che in precedenza abbiamo parlato prima della sezione dei tamburi adesso cominceremo con quella dei piatti. Il charleston si compone di due piatti posti orizzontalmente su un’asta scorrevole azionata da un pedale. 

Il crash è il cosiddetto piatto degli accenti ed è disponibile in diverse misure, anche se quelle considerate standard vanno dai 14” ai 18”. Il ride può essere considerato l’alternativa al charleston in quanto ha il compito di scandire il tempo. Si caratterizza per una campana al centro che ovviamente può essere suonata. Le dimensioni standard vanno da 18” pollici a 24”. Per quanto riguarda i tamburi, il rullante presenta due pelli e una cordiera che dà il classico suono vibrante. I tom come tutti gli altri tamburi e al pari del rullante, presentano due pelli. C’è poi la grancassa, fondamentale per il suo ampio spettro sonoro, suonata con un pedale (può anche essere un doppio pedale) e infine il timpano.

 

Il budget per una batteria

Quanto viene a costare una batteria? Poco o tanto a seconda dei casi. Ci sono drumkit del valore di circa 150 euro completi persino dello sgabello e delle bacchette. In questo caso scordatevi di trovare anche il ride e la relativa asta. Non si può aspettare molto da una batteria del genere in fatto di qualità; sulle meccaniche stendiamo un velo pietoso, e non meravigliatevi se trovate dei pezzi di plastica come nel caso dei blocchetti e dei tiranti. 

Tuttavia, al netto di limiti fin troppo oggettivi, questi modelli sono molto adatti per i giovani principianti che devono ancora capire se sono portati per lo strumento. Certificata la vostra passione e appreso le basi dello strumento può essere che vi sentiate pronti per entrare a far parte di una band. Bene, è il momento di passare a una batteria di livello superiore. 

Potete scegliere se assemblarla voi stessi scegliendo separatamente i vari elementi (ma questa solitamente è una scelta più dispendiosa) oppure comprare un drumkit bello e pronto al quale in futuro potete aggiungere qualche componente extra. Per comprare una batteria di livello medio e non professionale, dovete mettere in conto una spesa di almeno 600 euro mentre le batterie (controllare qui la lista delle migliori offerte) più famose richiedono un investimento da migliaia di euro.

 

 

La batteria elettronica

L’altra possibilità cui avevamo accennato in precedenza è la batteria elettronica. È certamente una buona soluzione per chi ha problemi di spazio in quanto ingombra di mento ma anche per chi non avendo un ambiente adeguatamente insonorizzato, non vuole disturbare i vicini e quanti vivono nella stessa casa. Con la batteria elettronica si può agire sul volume e suonare anche servendosi della cuffia. 

Al posto dei tamburi troviamo dei pad che possono essere collegati a un modulo oppure a un trigger. In questo caso è indispensabile stabilire il collegamento con un computer oppure a un dispositivo MIDI. La scelta del modulo sonoro è molto importante. Molti kit ne hanno già uno in dotazione ma anche in questo caso la qualità si rispecchia nel prezzo. Non potete aspettarvi un suono molto fedele a una batteria acustica se comprate un kit da 250 euro, modulo compreso ma al tempo stesso, non vale la pena spendere molto di più se siete dei principianti.

 

 

Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Andiamo alla scoperta di questo mitico strumento e della sua evoluzione dal tempo degli schiavi afroamericani fino ai giorni nostri.

 

Chi da piccolo (ma anche da grande) non ha mai mimato di suonare la batteria ascoltando una canzone, magari usando degli oggetti che simulavano le bacchette, usati per percuotere qualsiasi cosa si trovasse in casa? In effetti è uno strumento affascinante e la sua storia merita di essere conosciuta a fondo.

 

Che cos’è la batteria?

La batteria è uno strumento musicale composto da tamburi, piatti e altri strumenti a percussione. Tutti questi elementi sono disposti in modo tale da poter essere suonati da un solo batterista. Ma come fa il batterista per suonare? Utilizza bacchette, spazzole, battenti e persino le mani. Un drumkit base si compone di un rullante, due tom, un timpano, un hi-hat, un crash e un ride.

 

 

L’influenza della musica tribale africana

Gli strumenti a percussione esistono da migliaia di anni ma la batteria così come la conosciamo è nata nel diciannovesimo secolo, negli Stati Uniti. Ma facciamo un passo indietro e spostiamoci in Africa. L’elemento ritmico era fondamentale nella cultura dei popoli africani: le percussioni erano anche un mezzo di espressione.

È interessante notare come i ritmi tribali fossero la sovrapposizione di più ritmi; un tripudio di tempi irregolari che sono poi diventati il patrimonio della batteria moderna. Con la tratta degli schiavi si deportò anche la cultura musicale dei popoli africani. Qui il nostro viaggio fa tappa a New Orleans, patria della grande musica nera per ragioni che ci sembrano fin troppo ovvie.

 

Dalle parti di New Orleans

A inizio del 1800 gli schiavi battevano su log drums, ossia dei tamburi scavati nel legno, il kalengo e su tavole per il bucato oltre ad altre percussioni rudimentali. Nel 1803 nacque a New Orleans, Congo Square in un’area bonificata alla foce del Mississippi. Lo spazio era dedicato alle manifestazioni bandistiche, equestri e allo svago in generale. Ben presto divenne luogo d’incontro degli africani.

Ovviamente si faceva musica e ben presto agli strumenti rudimentali vennero incorporati quelli bandistici quali grancassa, rullante e piatti. Le street band erano sempre più richieste: gli strumenti a ottone e corde erano accompagnati dalle percussioni ma queste ultime richiedevano troppi musicisti e dunque si creavano difficoltà non solo di carattere economici ma anche di spazio: serviva un unico esecutore che suonasse grancassa, rullante e piatti.

 

Arrivano le batterie

Poco a poco sempre più percussionisti si adattavano a suonare insieme grancassa, rullante e anche i piatti. Chi era in grado di farlo era molto ricercato. Più strumenti si riusciva a suonare contemporaneamente e più era facile trovare lavoro. Si sviluppò la tecnica double drumming con la quale si usavano le bacchette per suonare il rullante e la gran cassa; quest’ultima, in futuro sarebbe stata suonata con il pedale. 

Chiaramente le prime batterie erano parecchio diverse da quelle che conosciamo oggi ma comunque avevano già la gran cassa, seppur di dimensioni maggiori. Comunque il drumkit si arricchiva via via di nuovi elementi. Già nel 1930 i pezzi erano quattro, ossia, grancassa, rullante, un tom sospeso e uno al pavimento. Le pelli erano di origine animale e lo furono fino agli anni ’50. 

Si deve a un figlio di immigrati italiani, Remo Belli, l’invenzione della prima pelle sintetica in Mylar. Originariamente questa pellicola in poliestere fu inventata per scopi militari dalla Du-Pont nel corso della Seconda Guerra Mondiale ma negli anni 50 trovo impieghi civili.

Per mostrare a tutti le potenzialità del materiale e pubblicizzare le pelli sintetica fu fatta costruire una grancassa con diametro di tre metri; cosa impossibile da fare con una pelle di animale. Ma le pelli sintetiche apportarono anche altri vantaggi come quello di variare lo spessore. Fu possibile fare delle accordature diversificate delle membrane risonanti e dunque fu possibile ottenere un suono più potente e preciso.

 

La batteria e il jazz

All’inizio i batteristi non facevano altro che adempiere a un compito metronomico; in altre parole marcavano il tempo: il rullante scandiva le divisioni del brano, la grancassa segnava i quarti mentre il piatto marcava gli accenti e le frasi musicali. Con il jazz cambia l’approccio allo strumento, l’accompagnamento diventa meno monotono. 

Grande importanza, poi, hanno le migrazioni dei batteristi da New Orleans verso città come Chicago e New York sul finire degli anni ’20 poiché si verifica un incontro di stili diversi. Basti pensare che i batteristi della scuola di Chicago suonavano sul piatto sospeso molte figure ritmiche ma poi aggiunsero la grancassa e altri tamburi nei fill. Tutto ciò portò a una vera e propria evoluzione tecnica.

 

 

Il pedale e lo Hi-Hat

Concludiamo la storia su questo meraviglioso strumento con due elementi importantissimi per una buona batteria (ecco la lista dei migliori prodotti): il pedale e lo hit-hat. Sebbene il primo pedale fu brevettato nel 1909 da William Ludwig, padrone dell’omonimo marchio, una sua versione rudimentale esisteva da almeno 20 anni.

Il pedale era in grado di suonare contemporaneamente sia la pelle sia un piatto. Lo hi-hat, altrimenti detto charleston era costituito da una coppia di piatti turchi che grazie a un pedale venivano a contatto o separati. I primi modelli erano collocati al suolo fin quando nel 1926 Vic Berton e Kaiser Marshall introdussero un’asta scorrevole che permise di posizionare lo hi-hat all’altezza del rullante.

 

 

Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Ci sono marchi che sono diventati pietre miliari e che, ancora oggi, producono i migliori strumenti: scopriamo quali sono.

 

Dietro ogni grande batterista si nasconde una batteria altrettanto grande… certo, di solito è chi suona a nascondersi dietro lo strumento ma questi sono dettagli. La questione è che ci sono marchi che hanno fatto la storia della batteria e in questo articolo vogliamo ricordargli dando loro il tributo che meritano. Non vogliamo stare qui a dilungarci con l’introduzione; meglio andare subito al sodo per non sottrarre spazio ai marchi storici ma prima vogliamo precisare che l’ordine con cui vi parleremo dei vari marchi non vuole essere una classifica in quanto è nostra intenzione mettere tutti i produttori sullo stesso livello.

 

Ludwig

Sebbene il nome tradisca la provenienza tedesca, in realtà la Ludwig è un’azienda americana. A fondarla nel 1909 furono i fratelli William e Theobald Ludwig che erano figli di un immigrato tedesco. Tutto ebbe inizio con l’apertura di un negozio di batterie a Chicago; fece così la sua comparsa il marchio Ludwig & Ludwig. Uno dei contributi più importanti dati allo strumento da parte dei due fratelli, fu il pedale per la gran cassa. Non che non ne esistessero già; i primi esemplari risalgono addirittura all’800 ma lo perfezionarono e resero più funzionale. Ma questo era solo il primo passo di un successo secolare. 

Negli anni ’20 Ludwig è stato il maggior produttore di batterie a livello mondiale ma la crisi del ’29 fu un brutto colpo da assorbire, tanto è vero che William (suo fratello era morto qualche anno prima) dovette convergere la sua azienda nella C.G. Conn Company per poi distaccarsene nel 1955, anno in cui nasce la Ludwig Drum Company. Proprio tra la fine degli anni ‘60 e i ‘70 l’azienda conosce un periodo di splendore con Ringo Starr dei Beatles come endorser. Al roster si aggiunsero Ian Paice dei Deep Purple, John Bonham dei Led Zeppelin, Nick Mason dei Pink Floyd, Roger Taylor dei Queen, Bill Ward dei Black Sabbath e tanti altri. 

Ma torniamo per un attimo a Ringo Starr cui la Ludwig deve davvero molto perché fu sua l’idea del marchio ben evidente sulla pelle della grancassa. Nessuno lo aveva fatto prima e Ringo pensò di farlo proprio in occasione della partecipazione dei Beatles all’Ed Sullivan Show al quale assistettero 73 milioni di persone circa e tutti notarono il marchio Ludwig che sovrastava il logo The Beatles. Non c’è da meravigliarsi se all’epoca le Ludwig fossero tra le batterie più vendute.

 

 

Gretsch

È ancora un tedesco emigrato negli States a gettare il seme per la nascita di un altro grande marchio di strumenti musicali. Tutto ha avuto inizio quando Friedrich Gretsch nel 1883 aprì un negozio di strumenti musicali a Brooklyn. Quando Friedrich morì, fu il figlio quindicenne Fred a prendere in mano gli affari di famiglia. La giovane età non gli impedì di ottenere buoni risultati che mantenne fino al 1942 quando lascio tutto in mano ai suoi figli. 

La popolarità dell’azienda cresceva di pari passo a quella di fenomeni musicali quali il rock n’ roll e il rockabilly. Nel 1967 la società fu venduta alla Baldwin che però non seppe tenere alto il nome del marchio così nel 1985 Fred Gretsch Jr. tornò in possesso dell’azienda e grazie a una nuova linea di chitarre vintage e di batterie gli affari tornarono su alti livelli.

 

Rogers

Ancora una volta gli Stati Uniti sono testimoni della nascita di un grande marchio di strumenti musicali; questa volta per merito di un immigrato irlandese, Joseph Rogers che nel 1849 avvia una promettente attività dedicata alla produzione delle pelli per batteria. Bisogna attendere il 1930 per la commercializzazione delle batterie ad opera del figlio di Joseph il quale acquista i fusti da altri produttori e monta le sue pelli. 

Nel 1953 l’azienda viene ceduta a Henry Grossman che grazie al prezioso aiuto del progettista Joe Thompson e ad una efficace operazione di marketing riesce a far imporre sul mercato il marchio Rogers. Di produzione Rogers è il rullante Dyna-Sonic commercializzato tra il 1960 e la metà degli anni ’80. L’innovazione più importante portata da questo rullante sta nella cordiera e nel sistema tendicordiera che donava sonorità più chiare e nitide.

 

Premier

Altro grande marchio quando si parla di batterie è Premier (il nome originario era Premier Drum Company), società messa in piedi nel 1922 da Albert della Porta, un batterista di Londra, e dal costruttore George Smith. Al principio Premier lavorava per conto di terzi per poi prendere la decisione di produrre batterie con il loro marchio. Durante la Seconda Guerra Mondiale, come accadde per molte altre aziende, Premier fu costretta a riconvertire la produzione per fornire all’esercito i mirini per i carri armati e aerei. Ciò fece della fabbrica un obiettivo strategico e dunque non scampò ai bombardamenti. Ma la produzione non si fermò, semplicemente si trasferì a Leicester. 

Gli anni ’60 furono un periodo d’oro per Premier e grazie ai proventi fu possibile aprire nuovi stabilimenti indispensabili per far fronte all’aumento delle richieste. Dopo l’abbandono della famiglia avvenuto nel 1984 e un periodo che potremmo definire di transizione, nel 1987 la Yamaha incorpora Premier per poi passare ad altri proprietari più volte. Il marchio ha registrato un certo declino con il secolo nuovo, la produzione dei fusti e dell’hardware è stata delocalizzata a Taiwan salvo poi riprendere la produzione in Inghilterra nel 2012 ma solo per gli strumenti di fascia alta.

 

 

Slingerland

Nata come fabbrica di ukulele e banjo nel 1912, nel 1928 statunitense Slingerland avvia la produzione di percussioni. I suoi strumenti fanno breccia nel cuore di parecchi jazzisti di primo piano.

Uno di questi, Buddy Rich, fu il primo endorser nel 1936. Il periodo tra il 1960 e 1970 fu particolarmente splendente per il marchio grazie a batteristi immensi come Neil Peart e Carmine Appice che si affidarono a Slingerland. Trascorso questo periodo aureo, inizia il declino, anche perché dal Giappone arrivava una concorrenza spietata. Il marchio viene ceduto e dopo diversi passaggi diventa di proprietà della Gibson.

 

 

Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Con Virtual Drumming non solo avrete modo di esercitarvi via Web con i drumset dei vostri batteristi preferiti ma anche approfittare degli utili esercizi disponibili

 

Vorreste suonare la batteria ma non avete lo spazio dove metterla? E se vi dicessimo che occupa i centimetri del vostro laptop? Non stiamo vaneggiando, tantomeno parlando di uno strumento per bambini. Avete mai sentito parlare di Virtual Drumming? No? Allora lo facciamo noi. Siamo sicuri che troverete Virtual Drumming un gioco (avrete anche modo di imparare qualcosa) molto divertente ma prima è necessario capire bene di cosa si tratta.

 

Diventa un batterista virtuale

Virtual drumming dà a chiunque disponga di una connessione internet e un computer (funziona anche con smartphone e tablet) di suonare la batteria online. Per farlo ci si deve servire della tastiera o del touch screen. Entrando nella homepage vi trovate davanti una batteria di default ma quella è solo l’anticamera dei drumset che avete a disposizione ma non abbiate fretta, su questo dettaglio ci torneremo più avanti per dedicargli lo spazio che merita. 

Per adesso concentriamoci su cosa potete fare. Certamente eseguire assoli e ritmi magari suonando sulla base della vostra musica preferita. Abbiamo fatto una prova servendoci di YouTube e dobbiamo dire con una certa soddisfazione che i suoni di Virtual Drumming non coprono la musica ascoltata (e vista) su YouTube così come quest’ultimo non copre la vostra batteria virtuale. Una ulteriore precisazione: non abbiamo avuto la necessità di abbassare o alzare il volume del video che anzi, era impostato al massimo.

 

 

L’impostazione dei tasti e dei parametri

Quando si suona alla tastiera, ad ogni tasto corrisponde un elemento della batteria. Dobbiamo dire che i tasti di default sono facilmente individuabili senza neanche andare a cercarli; noi la maggior parte li abbiamo indovinati al primo colpo tenendo conto della disposizione del drumset. Crediamo che quella di default sia la disposizione migliore, la più coerente ma ad ogni modo chi lo preferisce può assegnare i tasti a proprio piacimento. Ci è piaciuta molto la possibilità offerta di poter regolare una serie di parametri come il volume generale, quello di ogni tamburo o piatto e la dinamica. Ciò permette di personalizzare il drumset scelto.

 

I drumset

Buona a nostro avviso la selezione di drumset, divisi per quattro aree che sono rock drums, metal drums, jazz drums e original. Nelle prime tre aree troviamo quelli che dovrebbero essere i set usati da batteristi famosi. Facciamo qualche nome: il mitico John Bonham che ricorderete per aver pestato le pelli con i Led Zeppelin, Ian Paice degli altrettanto mitici Deep Purple, Dave Grohl che suonava la batteria nei Nirvana mentre adesso è il frontman, chitarrista e leader dei Foo Fighters e il tecnicissimo Jeff Porcaro. 

Meno nutrito il gruppo dei batteristi per la categoria metal drums dove troviamo Nicko McBrain degli Iron Maiden (molto bella la personalizzazione della batteria con Eddie disegnato sui tamburi), il più criticato dei batteristi in ambito metal, Lars Ulrich (qui permetteteci di fare una tiratine d’orecchie a chi si è occupato della descrizione del batterista poiché ha commesso il più comune ma imperdonabile errore dagli amanti del genere: si scrive Thrash non Trash). C’è anche l’ex Slipknot Joey Jordison. E visto che siamo in tema di ex, come non citare Mike Portnoy, diventato famoso con i Dream Theater? 

Manca qualcuno alla lista? Certamente; per esempio a nostro avviso è un affronto l’assenza di Mikkey Dee ma del resto siamo certi che ognuno di voi potrà aver da ridire sull’assenza del batterista preferito. Spostiamoci sui lidi più tranquilli del jazz dove troviamo, tra gli altri, Steve Gadd, Elvin Jones e Tony Williams. Infine ci sono gli originals. Qui il drumset più divertente ci è sembrato essere il live poiché a ogni colpo di tamburo parte l’ovazione del pubblico.

 

 

Lezioni di batteria

Ma Virtual Drumming è un gioco? No, è molto di più perché i più volenterosi possono approfittare delle lezioni di batteria messe a disposizione di tutti. Ci sono esercizi di base, adatte ai principianti e altri per i più esperti e che possono anche essere eseguiti su una batteria economica. Le lezioni di primo livello comprendono una sezione dedicata ai rudimenti e fondamentali dello strumento, dunque controllo delle bacchette, dei piedi e così via. 

C’è poi una sezione dedicata alla coordinazione e all’indipendenza degli arti, la sezione sui ritmi di base, i grooves di batteria e gli studi sul rullante. Questi ultimi li troviamo anche per le lezioni di livello avanzato. Infine ci sono anche lezioni teoriche che insegnano a riconoscere le note, le paure, legatura e punto.

 

 

Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Il musicista è l’ultimo membro rimasto in vita dei Ramones; scopriamo a cosa si è dedicato e si dedica il famoso batterista. Quanto a voi, attenti agli schizzi di salsa.

 

Hey ho, let’s go! Non serve aggiungere altro se siete fan dei Ramones; la band che di fatto ha inventato il Punk Rock, prima che i Sex Pistols lo spogliassero della melodia e di un cantante intonato affermando l’idea che per fare Punk non era necessario saper suonare o cantare. Parliamo comunque di due gruppi che pur con le loro evidenti differenze hanno fatto la storia del genere. Ma questo non è un viaggio alla scoperta delle radici del Punk, tantomeno la celebrazione delle due succitate band che non esistono più. I Ramones sono stati letteralmente spazzati via; la morte li ha presi con sé lasciandoci il solo Marky Ramone entrato in formazione nel 1978 dopo l’abbandono di Tommy.

 

La fine dei Ramones

Cos’ha fatto il nostro Marky dopo lo scioglimento della band? Prima di rispondere, torniamo a quel periodo. La storia è sempre la stessa: il grunge era arrivato come uno tsunami che aveva spazzato via gran parte delle band hard che fino a quel momento avevano tirato avanti la carretta. Il nome dei Ramone aveva ancora credito, anche perché venivano menzionati spesso dalle nuove leve grunge come grande fonte d’ispirazione. 

Nonostante ciò, al netto di tour andati benissimo, i dischi non si vendevano anche a causa del fenomeno del downloading pirata. Così le voci che già da qualche tempo circolavano circa lo scioglimento del gruppo trovarono conferma nel titolo di quello che è stato l’ultimo disco “Adios Amigos!” e il 6 agosto del 1996 al Palace di Los Angeles calò il sipario per l’ultima volta.

 

 

Il post Ramones di Marky

Marky Ramone non è uno cui piace starsene con le mani in mano. Finita la lunga militanza nei Ramones si è dedicato ad altri progetti musicali prendendo parte anche a band di innegabile importanza come i Misfits suonando la sua ottima batteria. Insomma, Marky non ha appeso le bacchette al chiodo, anzi a quelle ha aggiunto anche un mestolo. Esatto, avete letto bene, quello che usate per mescolare il cibo mentre lo cucinate. 

Marky ha la passione per la cucina e pur non essendo uno chef stellato pare che dietro i fornelli se la cavi bene. Dopotutto si offriva sempre di preparare un buon piatto di spaghetti alla band e ai roadie quando erano in tour. Pare che preparasse un sugo da far leccare i baffi. È qui che arriva l’idea: visto che la sua salsa piace tanto, perché non commercializzarla? È così che è nata la Marky Ramone’s Marinara Pasta Sauce. 

L’iniziativa non è solo commerciale ma anche benefica perché parte dei proventi finanziano progetti di sostegno a chi è affetto da autismo. Ma un buon piatto di spaghetti si gusta di più se è accompagnato da una birra fresca e il nostro Marky ha la sua personale. Ma se non avete voglia di pasta perchè magari andate sempre di fretta e passate più tempo fuori che in casa, c’è sempre il suo food truck. Ma attenzione a non esagerare perché c’è il rischio che non troviate la taglia per gli abiti realizzati in collaborazione con lo stilista Tommy Hilfiger. Ovviamente si tratta di una linea d’abbigliamento ispirata ai Ramones.

 

 

Marky tiene vivo lo spirito dei Ramones

A Marky spetta il compito di tenere vivo il nome dei Ramones: l’unico sopravvissuto della storica band ripropone ancora oggi i brani scritti da Joey e gli altri; lo fa con la band Marky Ramone’s Blitzkrieg. Dalle nostre parti ci passa spesso e volentieri, segno che anche in Italia i Ramones sono riconosciuti come uno dei gruppi più importanti di sempre. 

Sbaglia chi pensa si tratti di una furbata per speculare sul lavoro fatto dai suoi vecchi compagni, tanto è vero che spesso i Marky Ramone’s Blitzkrieg prendono parte a eventi benefici e questo fa sicuramente loro onore. Vale come esempio per tutti, il concerto tenuto lo scorso 30 marzo 2019 a supporto della fondazione Rock Against MS che raccoglie fondi per aiutare le persone affette da sclerosi multipla.

 

 

Ultimo aggiornamento: 15.11.19

 

Il musicista ha preso parte a tutti gli album dei Pink Floyd, l’unico della band a poter vantare questo record… eppure non ha ancora preso una sola lezione di batteria.

 

Nick Mason nei Pink Floyd non ha soltanto ricoperto il ruolo di batterista; oltre a dettare il tempo con la migliore batteria faceva anche da ago della bilancia profondendo ogni sforzo nel tentativo di restare esattamente al centro. Non pendeva mai da una parte o dall’altra o almeno ci provava.

Questa è l’opinione che hanno in molti del musicista ed è diffusa la convinzione che proprio questa sua peculiarità ha fatto sì che restasse sempre nella band, a differenza dei suoi illustri colleghi che andavano e venivano per poi andarsene nuovamente sbattendo la porta più forte dell’ultima volta.

 

Mason e le lezioni di batteria

Nick Mason è un batterista autodidatta; non è mai andato a lezione da un maestro, tanto meno ha frequentato una scuola di musica. Potremmo definirlo un self-made drummer. E dire che il buon Mason una volta ci aveva pure pensato a prendere qualche lezione ma poi non l’ha fatto.

Ha comunque lasciato aperta questa possibilità. Ad ogni modo ha sempre fatto un buon lavoro dietro le pelli. Magari non sarà il più tecnico dei batteristi ma il suo tocco si è sempre ben integrato alla musica della band ed è questa la cosa che conta.

 

 

Presente su tutti i dischi dei Pink Floyd

Mason è l’unico dei Pink Floyd a poter dire “Io c’ero” in ogni disco inciso dalla band. In effetti nel corso dell’intervista con radio KSHE 95 dice di non essere certo aver preso parte al 100% su tutti i lavori discografici, e ha affermato che forse su due o tre pezzi non ha suonato lui ma non ricorda il motivo.

 

Il ritorno in pista

Qualche anno fa se chiedevate a Mason se avrebbe rimesso piede su un palco o su un’auto da corsa (sua grande passione) vi avrebbe risposto di essere troppo vecchio per entrambe le cose. Beh, non sappiamo se tornerà a sfrecciare su di un’automobile d’epoca ma quanto alla prima affermazione si è smentito con il progetto Saucerful Of Secrets che passerà anche dalle nostre parti il 12 luglio 2019 (si tratta di un ritorno dopo il concerto tenuto nel settembre del 2018 a Milano), al Teatro Antico di Taormina. 

La scaletta sarà incentrata sui lavori precedenti al 1973 con un occhio di riguardo per il debut The piper at the gates of dawn. Compagni d’avventura sono Gary Kemp, Guy Pratt, Lee Harris e Dom Beken. Manson non ha mancato di spiegare le ragioni che lo hanno spinto a dare vita a questo progetto, nato per far capire alla gente che i Pink Floyd esistevano prima di The Dark Side Of The Moon e dunque riportare in vita quei pezzi incisi prima del fatidico 1973.

 

Mason e Richard Wright

Mason non ha mai nascosto la sua amicizia con il defunto Richard Wright e non perde mai occasione di ricordarlo nelle interviste e dedicare il giusto tributo al membro più sottovalutato dei Pink Floyd come lo stesso batterista ha detto in più di un’occasione. Il musicista ritiene che per Wright ci dovrebbe essere maggiore riconoscimento poiché ha avuto un ruolo importante in tutta la musica creata dalla band.

 

 

Mason e i motori

I motori probabilmente per Mason sono una passione al pari della musica. Nella sua carriera da pilota vanta cinque partecipazioni alla 24 Ore di Le Mans e a due Carrera Panamericana. Come ogni facoltoso appassionato d’auto che si rispetti, ha la sua collezione e naturalmente non parliamo di modellini. Nel garage del batterista spiccano la Ferrari 250 GTO del 62 che ha da più di 40 anni, una Ferrari 166 Inter Superleggera del 49 e una Maserati T61 Birdcage del 1959. 

Citiamo, poi Bugatti, Jaguar, Aston Martin e Alfa Romeo. Ma torniamo alla Ferrari 250 GTO che è uno delle auto più care a Mason. È la vettura guidata dai piloti Blaton e Dernier; apparteneva alla scuderia belga Ecurie Francorchamps. La vettura arrivò prima alla 500 miglia di Spa del 1963. Mason l’acquisto nel 1977. Non meno interessante la storia della Maserati T61 poiché fu costruita nel 1959 nonostante la produzione fosse stata interrotta due anni prima poiché la Maserati si era ritirata dalle corse.