Ultimo aggiornamento: 25.09.20

 

Andiamo alla scoperta di questo mitico strumento e della sua evoluzione dal tempo degli schiavi afroamericani fino ai giorni nostri.

 

Chi da piccolo (ma anche da grande) non ha mai mimato di suonare la batteria ascoltando una canzone, magari usando degli oggetti che simulavano le bacchette, usati per percuotere qualsiasi cosa si trovasse in casa? In effetti è uno strumento affascinante e la sua storia merita di essere conosciuta a fondo.

 

Che cos’è la batteria?

La batteria è uno strumento musicale composto da tamburi, piatti e altri strumenti a percussione. Tutti questi elementi sono disposti in modo tale da poter essere suonati da un solo batterista. Ma come fa il batterista per suonare? Utilizza bacchette, spazzole, battenti e persino le mani. Un drumkit base si compone di un rullante, due tom, un timpano, un hi-hat, un crash e un ride.

 

 

L’influenza della musica tribale africana

Gli strumenti a percussione esistono da migliaia di anni ma la batteria così come la conosciamo è nata nel diciannovesimo secolo, negli Stati Uniti. Ma facciamo un passo indietro e spostiamoci in Africa. L’elemento ritmico era fondamentale nella cultura dei popoli africani: le percussioni erano anche un mezzo di espressione.

È interessante notare come i ritmi tribali fossero la sovrapposizione di più ritmi; un tripudio di tempi irregolari che sono poi diventati il patrimonio della batteria moderna. Con la tratta degli schiavi si deportò anche la cultura musicale dei popoli africani. Qui il nostro viaggio fa tappa a New Orleans, patria della grande musica nera per ragioni che ci sembrano fin troppo ovvie.

 

Dalle parti di New Orleans

A inizio del 1800 gli schiavi battevano su log drums, ossia dei tamburi scavati nel legno, il kalengo e su tavole per il bucato oltre ad altre percussioni rudimentali. Nel 1803 nacque a New Orleans, Congo Square in un’area bonificata alla foce del Mississippi. Lo spazio era dedicato alle manifestazioni bandistiche, equestri e allo svago in generale. Ben presto divenne luogo d’incontro degli africani.

Ovviamente si faceva musica e ben presto agli strumenti rudimentali vennero incorporati quelli bandistici quali grancassa, rullante e piatti. Le street band erano sempre più richieste: gli strumenti a ottone e corde erano accompagnati dalle percussioni ma queste ultime richiedevano troppi musicisti e dunque si creavano difficoltà non solo di carattere economici ma anche di spazio: serviva un unico esecutore che suonasse grancassa, rullante e piatti.

 

Arrivano le batterie

Poco a poco sempre più percussionisti si adattavano a suonare insieme grancassa, rullante e anche i piatti. Chi era in grado di farlo era molto ricercato. Più strumenti si riusciva a suonare contemporaneamente e più era facile trovare lavoro. Si sviluppò la tecnica double drumming con la quale si usavano le bacchette per suonare il rullante e la gran cassa; quest’ultima, in futuro sarebbe stata suonata con il pedale. 

Chiaramente le prime batterie erano parecchio diverse da quelle che conosciamo oggi ma comunque avevano già la gran cassa, seppur di dimensioni maggiori. Comunque il drumkit si arricchiva via via di nuovi elementi. Già nel 1930 i pezzi erano quattro, ossia, grancassa, rullante, un tom sospeso e uno al pavimento. Le pelli erano di origine animale e lo furono fino agli anni ’50. 

Si deve a un figlio di immigrati italiani, Remo Belli, l’invenzione della prima pelle sintetica in Mylar. Originariamente questa pellicola in poliestere fu inventata per scopi militari dalla Du-Pont nel corso della Seconda Guerra Mondiale ma negli anni 50 trovo impieghi civili.

Per mostrare a tutti le potenzialità del materiale e pubblicizzare le pelli sintetica fu fatta costruire una grancassa con diametro di tre metri; cosa impossibile da fare con una pelle di animale. Ma le pelli sintetiche apportarono anche altri vantaggi come quello di variare lo spessore. Fu possibile fare delle accordature diversificate delle membrane risonanti e dunque fu possibile ottenere un suono più potente e preciso.

 

La batteria e il jazz

All’inizio i batteristi non facevano altro che adempiere a un compito metronomico; in altre parole marcavano il tempo: il rullante scandiva le divisioni del brano, la grancassa segnava i quarti mentre il piatto marcava gli accenti e le frasi musicali. Con il jazz cambia l’approccio allo strumento, l’accompagnamento diventa meno monotono. 

Grande importanza, poi, hanno le migrazioni dei batteristi da New Orleans verso città come Chicago e New York sul finire degli anni ’20 poiché si verifica un incontro di stili diversi. Basti pensare che i batteristi della scuola di Chicago suonavano sul piatto sospeso molte figure ritmiche ma poi aggiunsero la grancassa e altri tamburi nei fill. Tutto ciò portò a una vera e propria evoluzione tecnica.

 

 

Il pedale e lo Hi-Hat

Concludiamo la storia su questo meraviglioso strumento con due elementi importantissimi per una buona batteria (ecco la lista dei migliori prodotti): il pedale e lo hit-hat. Sebbene il primo pedale fu brevettato nel 1909 da William Ludwig, padrone dell’omonimo marchio, una sua versione rudimentale esisteva da almeno 20 anni.

Il pedale era in grado di suonare contemporaneamente sia la pelle sia un piatto. Lo hi-hat, altrimenti detto charleston era costituito da una coppia di piatti turchi che grazie a un pedale venivano a contatto o separati. I primi modelli erano collocati al suolo fin quando nel 1926 Vic Berton e Kaiser Marshall introdussero un’asta scorrevole che permise di posizionare lo hi-hat all’altezza del rullante.

 

 

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